Vivo (ahimé) in un condominio, e quindi sono costretto alla condivisione dello spazio vitale con i miei simili. Un santo o uno scrittore di cose edificanti vanterebbe una simile compagnia, mentre un falso pessimista si limiterebbe a dire che si tratta pur sempre di esseri umani. Questo, come si vedrà, non è del tutto vero.
La via ove coattamente arranco nella mia esistenza si trova in una zona né periferica né centrale, né bella né brutta, monotona e sciatta, come la vita. Un lato della strada è occupato da un complesso scolastico, come si usa definire quegli edifici interamente adibiti a contenere ed attenuare le cacofoniche vibrazioni prodotte dallo scalpitio delle orde scolastiche dal vociare caotico delle masse studentesche, composte da quegli ometti miniaturizzati, camuffati da clown ed ingobbiti da inutili borse, che si usa chiamare "alunni": il detto complesso scolastico include asilo, scuola elementare e media, in un coacervo insopportabile di confusione e strida.
Come che sia, il lato del marciapiede opposto a quello sul quale s'affaccia la mia abitazione è preso dalle pareti degli edifici scolastici, fortunatamente non dall'ingresso principale, vera e propria aia ove si raccolgono gli starnazzanti scolari; dunque, il detto marciapiede è in teoria sgombro, ed è preda degli automobilisti del quartiere che, disperati per l'assenza di un parcheggio per il loro orrendo veicolo, vi si fiondano come piccioni sulle briciole, dando spesso luogo a stolide liti, che aggiungono rumore su rumore.
Il fatto, comunque, che nessun portone, se si eccettua un'uscita secondaria dell'edificio scolastico (che prima o poi verrà utilizzata, quando la malsana istituzione educativa andrà in fiamme) s'affacci sul marciapiede in questione dovrebbe preludere ad una relativa tranquillità, ad una possibilità, per il misero pedone, di camminare intento nei propri pensieri senza il pericolo d'urtare qualche massaia piena di buste che rientra dalla spesa oppure (orrore!) incontrare qualcuno che si conosce di vista e quindi indugiare nel salutarlo, aspettando che questi a sua volta saluti e così via in una nevrotica spirale di incomunicabilità, finché uno dei due cede e grugnisce un cenno, mentre l'altro, economizzando al massimo le energie da spendere in un così meschino atto, inarca, o comunque deforma, le sopracciglia in segno di risposta.
Ma tale supposizione è ottimistica: quello è uno dei più famigerati marciapiedi del quartiere, poiché costellato dai più variegati escrementi canini. Ce n'è per tutti i gusti: dalle deiezioni solide e scure dei boxer e dei dobermann a quelle lente e scivolose delle cagnette dal pelo riccio, a quelle di dimensioni abnormi dei mastini e degli alani, a quelle piccole e rotolanti dei volpini italiani e dei pechinesi, a quelle pretenziose, ma maleodoranti, dei maltesi, a quelle rosse ed infette dei randagi, che hanno qualcosa di umano nella loro schifosa inconsistenza.
Non di rado si possono vedere i cani in questione che, agitando con quel loro insopportabile fare la lingua fuori dalla bocca bavosa, corrono qua e là, odorando gli escrementi dei loro simili al colmo della gioia, come un minatore potrebbe annusare un nuovo filone aurifero. Questo loro, è il caso di dirlo, bestiale comportamento, è tanto più irritante per il placido benestare loro accordato dai padroni in queste attività: solitamente il possessore del cane cammina con disinvoltura e senza fretta, con lo sguardo disposto a posarsi sui più insignificanti particolari, in genere le merde dei cani altrui, e con l'aria di chi sta facendo una passeggiata rilassante. Ed intanto, la bestia che stanno portando a defecare compie il suo scatologico atto disturbando così la quiete del marciapiede, delimitando il territorio minzionando sulle gomme delle automobili (imbecilli: non hanno ancora capito che si spostano!) e compiendo altre sconcezze bastevoli a far rimporre ad un incauto viandante in passeggiata post-prandiale il già misero sollazzo d'un micragnoso pasto. Oltre a ciò, spesso i cani si azzuffano tra loro, o almeno così sembra, con schiamazzi e contegni del tutto inurbani, mentre i loro padroni, complici e quindi ancor più colpevoli, affettano un'aria d'indifferenza.
Poiché il padrone del cane è ben contento di sgravare sulle spalle della comunità tutto il peso degli escrementi del proprio protetto, nonché i malsani decibel dei suoi latrati e dei suoi ululati: questa imposizione che i padroni fanno ai cittadini onesti è un'insostenibile angheria.
Ma, oltre a questi notevolissimi argomenti, esiste un motivo di principio che alimenta il mio odio per i cani come il legno alimenta la fiamma: infatti queste bestie, ma è azzardato definirle tali, hanno codardamente abiurato al loro retaggio animale, patrimonio accumulato in milioni e milioni d'anni d'evoluzione, per assoggettarsi alla schiavitù di un'altra bestia, e cioè l'uomo. Il cane è il robot, il golem, la larva del regno animale: egli rinuncia alla propria dignità ed elegge a proprio capobranco un membro di un'altra specie, che lo comanda, lo picchia, lo tiene al guinzaglio e lo fa vivere in un ambiente che non è il suo, fra pareti domestiche e pavimenti passati con la lucidatrice, che lo usa come arma di difesa, che gli impedisce di riprodursi, che lo abbandona sullo svincolo autostradale quando s'è stancato di lui, che ha coniato un intero frasario di insulti modellati su di lui, come le frasi sono solo come un cane, che vita da cani, figlio di cani, quel violoncellista suona come un cane e molte altre.
Comunque, al di là di queste pur giuste riflessioni, resta il fatto che il marciapiede sul lato opposto a quello ove s'affaccia il mio portone è più costellato di merde che un campo di prugne invaso dalle vacche. Ma non basta. Un mio vicino possiede un cane, un pastore tedesco dall'aspetto minaccioso e fero, il pelo bruno chiazzato di ripugnanti alopecie, tanto che ho sempre sospettato soffrisse di un morbo dell'epidermide, morbo che, purtroppo, non l'ha mai, deludendo quindi i miei sospetti, condotto ad una lenta agonia. A testimonianza della stupefacente mediocrità del suo padrone, aggiungerò che la bestia in questione si chiamava ringo. Ricordo con questo nome il protagonista di una serie di spaghetti western di basso costo ed una marca di biscotti, è il caso di dirlo, da cani. Il villoso animale s'aggirava senza requie nel cortile interno del suo padrone, il cui cognome è Grifoni, cortile che sostituisce pateticamente un fantomatico giardino all'inglese che Grifoni ha sempre vantato quale sogno nel cassetto (nella cassa, correggo io, ché nemmeno morto lo vedrà realizzato). ringo viveva dunque in questo cortile (d'estate, perché l'interminabile lista delle malsane abitudini di Grifoni includeva l'infernale convivenza con la sua altrettanto infernale bestia), ed era uso latrare con voce alta ed angosciante, emettendo intermittenti ululati che avrebbero condotto alla nevrosi il più calmo degli individui. A nulla valeva l'affacciarsi dal balcone dell'abitazione in cui vivo (io, forse non lo si sarà capito, abito al quarto piano, mentre Grifoni sta al piano terra) ed imprecare contro la bestia, ché questa non avrebbe compreso affatto quanto s'aveva in animo di dirgli perché, altra caratteristica irritante dei cani, non si può discutere con una bestia.
Fu l'estate scorsa che la misura si colmò: quel maledetto cane prese a lamentarsi per non so quale accidente balenatogli al misero cervello, e non volle piantarla finché non gli tirai un vaso di fiori (vuoto) sulla testa. Ma quegli, bestia infida e maliziosa, schivò il vaso, il cui rumore attirò l'attenzione della signora (si fa per dire) Pina, zitella in menopausa inspiegabilmente invaghita del panciuto e calvo Grifoni, pure già accoppiato e, a disdoro dell'umana schiatta, riprodottosi, più volte perfino. La signora Pina, dirimpettaia di Grifoni, era usa lanciargli inquietanti segnali amorosi (era da ritenersi che, prima o poi, trascinata dal regresso evolutivo, sarebbe giunta ai messaggi olfattivi) nei momenti meno sospetti. Grifoni, per parte sua, oscillava fra la naturale ripugnanza verso la signora Pina ed il narcisismo che lo coglieva al pensiero d'essere l'oggetto di mire amorose, seppure provenienti da persona dalla bruttezza disarmante. In ogni caso un sodalizio era stabilito, che si manifestava nelle più bieche forme di clientelismo condominiale: essendo Grifoni consigliere di condominio, aveva sempre la delega della signora Pina, oltre che di molta altra gente dichiaratamente incapace di afferrare anche le formulazioni più esplicite del regolamento condominiale, il che gli permetteva di fare il bello e brutto tempo alle riunioni.
Dunque il mio gesto, legittimato da elementari considerazioni di acustica e di educazione civica, venne spiato dalla signora Pina che, degna discendente di Eva, ne informò in modo disgustosamente smielato Grifoni.
Il goffo parastatale uscì dal suo antro nell'abbigliamento che più gli era connaturato: canottiera bianca, tesa a tamburo sulla pancia ch'era tutto un fremere di osceni borborigmi post-digestivi, pantaloni bermuda (in realtà ex-pantaloni lunghi lisi per il troppo uso e tagliati maldestramente dalla moglie di Grifoni) color cachi, ciabatte disgustose ma intonate alla camminata pseudo-plegica del mio condomino. In un tale miserrimo stato, la gola arrossata e la vena sul collo gonfia per le urla nei miei confronti, non potei trattenere un frèmito di pietà per il pover'uomo: così presi a lanciargli alcune monetine, cogliendolo per avventura sulla fronte, il che lo costrinse ad un rientro strategico in casa.
La disputa si concluse così, ma non i lamenti del cane. La malnata bestia riprese infatti i suoi gorgheggi scomposti con una veemenza tale che mi indusse ad una decisione definitiva: in fondo, mi dissi, quel cane non merita di vivere. Ne architettai pertanto una degna dipartita.
Un modo semplice sarebbe stato usare carne avvelenata, mezzo tuttavia scontato; si conti poi ch'io volevo, come tutti i veri benefattori, rimanere ignoto nella mia opera di bonifica acustica del condominio. Pensai ad un mezzo più diretto e probabilmente anche più soddisfacente: ad esempio ridurre la malnata bestia alla ragione con bastonate, o comunque colpi impartiti con qualche opportuno strumento. Ma una soluzione così diretta non era facile da attuare. Poi iniziò a manifestarsi un proponimento, che eruttò alla mia mente come lapillo di vulcano: perché non aggiungere bene su bene, perché non rendere il mio atto di giusta vendetta alle povere orecchie dei condomini ancor più lodabile? La sconcia condotta della signora Pina nei confronti di Grifoni -in fondo era pur sempre un padre di famiglia... sua moglie aveva sgravato da poco un'ultimo (rumoroso anch'esso) moccioso- era decisamente intollerabile: m'industriai dunque per porre rimedio anche a quella spiacevole situazione, oltre che al trambusto canino in un solo sagace colpo.
Nottetempo mi recai dunque nel cortile interno del condominio: forse non è inopportuno descrivere come è fatto il luogo ove vivo, ché sia chiara la dinamica degli eventi. Il palazzo dove si trova il mio appartamento, ed il cui piano terra è in parte occupato dall'abitazione di Grifoni, s'affaccia per un lato sulla strada e per l'altro all'interno dell'isolato. La parte che dà sulla strada è occupata da un negozio, mentre la parte che dà sull'interno è occupata dalle abitazioni di Grifoni e della signora Pina. Queste sono ormai è noto, al pian terreno, e dotate d'un piccolo terrazzo, delimitato da uno squallido muretto. Questi terrazzini confinano dunque l'un con l'altro, e confinano pure col cortile condominiale, sul quale s'affacciano anche altri palazzi (la scala B, la scala C...) dotati anch'essi al pianterreno di simili cortili. Il tutto possiede una certa rozza (negli intenti del maldestro architetto) simmetria, per quanto rozza.
In ogni caso, quella notte mi recai nel cortile condominale, appunto. Avevo un bastone con un filo legato ad una delle estremità, ed attaccato al capo libero del filo v'era un pezzo di carne. Dunque mi recai presso il muretto oltre il quale c'era il terrazzino di Grifoni, lanciai l'esca oltre il muretto e presi a sventolare il bastone: così acconciato era una vera e propria canna da pesca, volta ad attirare la stupida bestia. Questa infatti si destò dal sonno del traditore, leggero e privo di sogni, e, annusata la carne -di rado Grifoni gli ammanniva simili manicaretti: i papponi che erano destinati a quel cane avrebbero destato il ribrezzo d'un laparatomista- s'avventò sul boccone. Sentito che la mia preda aveva abboccato io, con quanta forza avevo, presi a tirare la canna, spostandola nel frattempo verso il lato del muretto che delimitava il cortile di Grifoni da quello della signora Pina. Spero sia chiaro che, in un punto, questo muretto era a T, poiché delimitava tre spazi: il cortile condominiale, ove mi trovavo io, il terrazzino di Grifoni, ove si trovava il cane, e quello della signora Pina, provvisoriamente vuoto. Spostai dunque la canna in modo che l'animale, che nel frattempo stava cercando di staccare la carne dal filo, si trovasse proprio al centro del muretto che separava i terrazzini dei due dirimpettai. Poi, facendo leva col bastone sul muretto stesso, riuscii a sollevare la bestia che, con la voracità tipica dei bruti, restava aggrappata alla carne. Quando si trovò sollevata fin sul ciglio del muretto, visto che io la spingevo, con sforzo eroico, dall'altra parte, spiccò il fatale balzo e piombò nel cortile della signora Pina. Fu lì che gli lanciai dei pezzi di carne nei quali avevo inoculato un potente lassativo ed un sonnifero.
Posso lasciare all'immaginazione del lettore il figurarsi la scena che si presentò agli occhi (strabici) della signora Pina al mattino seguente. Ella provò a svegliare il botolo maledetto, ma inutilmente. Così corse a chiamare Grifoni, e si creò immediatamente quella disputa che avevo con tanta cura ordito: il fetido animale venne trascinato da Grifoni di nuovo nel suo terrazzo, e Grifoni e la moglie dovettero aiutare la signora Pina nel nettare gli escrementi che ringo aveva così abbondantemente sparpagliato per il terrazzo, mentre io, nel frattempo destatomi, mi godevo la scena, osservando dall'alto le uniformi macchie prodotte sul terrazzo mentre venivano, non senza ribrezzo, pulite dagli odiati condomini. La vicenda parve finire lì ma, ovviamente, non avrei mai potuto permetterlo.
I rapporti fra i dirimpettai del pianterreno si fecero più gelidi, ed il cane fu punito da Grifoni a suon di pugni e calci, scena che parimenti godetti dal mio scranno del quarto piano. Iterai le mie missioni notturne e, passato del tempo, proprio quando pensai di cambiare strategia, visti i tempi lunghi, e passare alla sopressione diretta dell'animale, si giunse alla lite condominiale.
La moglie di Grifoni aprì il contenzioso, spinta non solo dalle circostanze, ma anche dalle infide voci che volevano una relazione fra il marito e la signora Pina, voci (degne di attenzione come ho fatto già notare) che avevo sempre contribuito ad alimentare, e che fomentai con veemenza in quegli ultimi tempi. La moglie di Grifoni, dicevo, iniziò la tenzone verbale che aveva per oggetto il cane, ma che ben presto si spostò sulla professione della signora Pina: pareva infatti che la moglie di Grifoni ritenesse ch'ella praticasse la prostituzione, e più volte, con svariati e trivialmente differenti epiteti (la cui gamma mi stupì, dati gli standard che attribuivo alle capacità espressive delle litiganti), prese a ricordarglierlo. La signora Pina, per parte sua, pure doveva essere convinta che i Grifoni arrotondassero il loro stipendio (sottratto ad ufo dalle casse dello Stato, visto che Grifoni vegetava in un ventre di vacca ministeriale) utilizzando i miseri attributi sessuali della sua interlocutrice. Non passò molto e lo scambio di insinuazioni dell'una sulla professione dell'altra divenne monotono, e presi ad annoiarmi: fortunatamente Grifoni intervenne per dare man forte alla consorte, mettendo ferocemente in dubbio ed in svariati modi le capacità intellettive della signora Pina. La cosa continuò e, per colmo di fortuna, il cane, oggetto iniziale del grottesco scambio di opinioni, intervenne col suo roco e sempre odioso latrato. Dopo un po' la disputa attirò l'attenzione di altri condomini e finì per sopirsi, lasciando tuttavia un solco a frapporsi fra i due vicini del piano terra, solco nel quale avrei ulteriormente scavato con l'aratro della vendetta.
Così, lentamente, con insinuazioni e maldicenze sempre più sottili, riuscii, prima parlando con i signori del terzo piano, poi con quelli del secondo, in séguito con quelli del primo ed infine con la stessa signora Pina, a far emergere in tutti la medesima idea: eliminare l'odiato e defecante cane dei Grifoni.
L'arte e l'abilità con le quali riuscii nel mio intento furono, è inutile peccare d'immodestia, notevoli, eppure una punta di amarezza ha sempre inquinato la mia soddisfazione per quell'impresa: la stupidità della signora Pina facilitava infatti la mia opera, a volte togliendomi il gusto dell'insinuazione e della maldicenza.
Come che fosse, giungemmo ad ordire la morte del puzzolente animale: fosse dipeso dalla signora Pina, ringo avrebbe trovato l'estinzione per mezzo di bocconi avvelenati. Ma una simile rozza ed inelegante soluzione era improponibile. Così, gradualmente, feci concepire alla signora Pina un piano. Ripeto: feci concepire un piano, giacché il tipo d'opera d'arte che andavo costruendo era di quelle che sono tanto più perfette quanto più l'autore riesce a nascondere d'averle eseguite. A tutt'oggi la signora Pina è convinta d'essere la vera ideatrice, oltre che esecutrice, della soppressione del detestabile animale.
La signora Pina aveva, ritengo abbia tutt'ora, una nipote, cioè la figlia di una delle sorelle (non tutte nella sua famiglia restano zitelle, evidentemente) dall'aspetto quanto meno aggressivo: la posa, l'abbigliamento, il trucco ed anche, diciamolo, la distribuzione delle masse nel suo corpo facevano pensare ad una veterana degli svincoli autostradali, ad una decana del lampione, ad una pluridecorata dei falò della passeggiata archeologica.
Le masse ondeggianti della suddetta nipote, che camminava agitando scompostamente le presunte zone erogene, rendevano superflui i naturali impulsi per attirare gli sguardi del passante medio di sesso maschile: era dunque l'esca adatta per destare l'attenzione del rozzo e fallocrate Grifoni. Per il resto il piano era semplice: la nipote avrebbe intrattenuto ed inebetito Grifoni durante una delle sue passeggiate col cane al guinzaglio; la piacevole conversazione a base di doppi sensi avrebbe poi indebolito le difese emotive di Grifoni e, conseguentemente, anche la sua presa sul guinzaglio dell'infame bestia, bestia che, con tempismo tutto calcolato, sarebbe stata attirata dall'altro lato della strada (cioè sul marciapiede opposto) dalla vista di un gatto sempre, con sagaci calcoli, sguinzagliato da un complice per attirare il cane; era del resto risaputo che il maledetto cane era perversamente attratto dai gatti, coi quali tentava di accoppiarsi, tanto da fornire materia per uno psicologo animale: ma ormai è troppo tardi per farlo visitare; infatti la scena che ho appena descritto si è puntualmente svolta, complici i terribili parenti della signora Pina: la già citata nipote (credo si chiamasse Samantha, Deborah, Lhuana o simili), la mamma di lei, che aveva all'uopo catturato un gatto randagio, ed il cognato della signora Pina (o meglio il convivente della sorella), individuo dai caratteri delinquenziali ed intriso di una trivialità così marcata da renderne la presenza un costante imbarazzo, a causa del suo incessante turpiloquio, i continui incisi a base di doppi sensi, bestemmie e frasi ad effetto prese dai commentatori della Domenica sportiva.
Dunque, quando il cane, ormai prossimo alla morte, venne attirato dalla presenza del gatto, sfuggì di mano al suo padrone, attraversando la strada; fu allora che il convivente della sorella della signora Pina lo falciò in pieno col suo camioncino truccato (partecipava ad una impresa da rigattiere che, fra le altre cose, copriva un traffico di motorini rubati) per poi fuggire, sgommando piratescamente, in uno sfoggio di inciviltà automobilistica. Fu tale la sorpresa di Grifoni che, in breve, si ritrovò solo senza nemmeno accorgersene: la nipote, la sorella ed il convivente della sorella della signora Pina si erano dileguati, come pure ogni traccia di vita nel cane.
Fu così che, violentemente ed anonimamente come meritava, il maledetto animale trovò finalmente la soppressione e la morte.
A nulla valsero gli irrazionali lamenti di Grifoni, né le sincere condoglianze dei condomini, compresa la signora Pina, che, dichiarando essere acqua passata ogni screzio con i Grifoni medesimi, si unì sinceramente al loro dolore. Come me, del resto.
Dunque, posso alfine dormire sonni tranquilli, e le molestie di quel malefico ed empio animale non sono altro che uno spiacevole ricordo, come pure le irritanti effusioni fra Grifoni e la signora Pina, i cui rapporti si sono ridotti al semplice, sibilante e gelido saluto.
Per tutto ciò, ma è il destino del genio, non riceverò riconoscimento alcuno, né il ringraziamento dei condomini, il cui sollievo alla morte della stupida bestia è l'unica sbavatura nell'architettura di tutta la vicenda. Ma non è possibile che il nostro operato produca esclusivamente buoni frutti: ogni benefattore è colpito dunque da queste stesse difficoltà, e nessuno, me incluso, si lascia da esse scoraggiare nel compimento della sua opera.

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