La tomba di Grimir

Paolo Caressa (1999)





Kraag sputò sul terreno fangoso e strinse con la destra l'elsa della spada fino a far divenire livide le dita: qualcuno, dietro di lui, sospirò, come se i suoi nervi stessero per cedere, corde di liuto troppo tese, poco avvezze a suonare la tetra melodia d'una battaglia. Ethelwulf, il comandante della loro guarnigione, aveva ordinato d'attendere l'arrivo del nemico, perché il forte che stavano difendendo era troppo importante per essere lasciato sguarnito. Così fronteggiavano quell'oceano di fanti, arcieri e cavalieri che, come una marea umana, avanzava per travolgerli: dovevano attendere. Un gigantesco barbaro vicino a Kraag invocava con le sorde dentali della sua lingua primitiva la protezione degli dèi della tempesta, mentre un mercenario della terra di Moen, che aveva falciato vite umane come grano maturo sui campi di battaglia di tutto l'occidente, masticava qualche droga aromatica per placare il suo animo e il suo corpo. Ma gli dèi non ascoltano le nostre preghiere, pensò Kraag, che di certo giungono invece ai demoni della terra, più vicini a noi, e che si fanno beffe delle nostre invocazioni. Sputò nuovamente, anche se non aveva più saliva: erano quattro giorni che difendevano quella postazione, una torre di mattoni enormi costruita chissà da chi e che consentiva di controllare l'intera regione.

Come gli altri della sua guarnigione Kraag era un mercenario; non capiva il motivo di quella guerra, ma la benediva, perché il sangue dei guerrieri e le loro membra maciullate erano le portate di un festino al quale tutti potevano partecipare: rinnegati, fuorilegge, gente disperata senza nulla da perdere se non la vita. Non v'erano due mercenari nella sua compagnia che parlassero la stessa lingua o che sacrificassero agli stessi dèi, ma erano tutti partecipi di un sodalizio, di una fratellanza indefinibile, ineffabile, segreta.

L'orda nemica avanzava: Grimir, re di Cynegard, voleva quella torre e le vallate da essa dominata. Aveva giurato ai suoi dèi di conquistare quelle terre, e vergini e bambini erano stati sgozzati in olocausto a quelle divinità tenebrose per propiziare la vittoria. Kraag non aveva dubbi che re Grimir l'avrebbe avuta. Lui e i suoi compagni erano pochi e stanchi, mentre l'esercito che avanzava verso la loro posizione era composto dalle milizie organizzate e sanguinarie degli Hedemark, guerrieri temuti in tutto l'occidente. Si diceva che fin da bambini fossero allevati seguendo usanze barbariche e disumane, costretti a combattere fra loro e con animali, abituati alla presenza della morte, che adoravano come un dio. Si diceva anche che fossero costretti al voto della castità, come degli anacoreti, perché la loro dedizione alla morte e alla violenza fosse totale, assoluta, e che fiaccassero i loro corpi in un furore ascetico di fatiche disumane e digiuni, affinché accogliessero il dolore come un ospite gradito e non come un fastidioso intruso.

Nessun guerriero ignora la paura: il coraggio, l'ardore e il furore della battaglia rischiano di degenerare nella follia se non s'accompagnano al fuoco fatuo che solo la paura sa accendere, alle scosse che infiammano il sangue come lampi di un temporale silenzioso, e che rendono il guerriero lucido anche nell'orgia del massacro. Ma, quando non è più utile, la paura svanisce e lascia l'animo vuoto, come un prezioso vino che defluisca da una giara spezzata: e la paura aveva abbandonato Kraag e i suoi compagni, perché questa inquieta concubina del nostro spirito non può convivere con la certezza, ed era certo che la battaglia fosse persa in partenza; l'esercito nemico avrebbe conquistato agevolmente la posizione, e loro sarebbero caduti ai piedi di quella torre immobile e silenziosa. Si mormorava che gli Hedemark non facessero prigionieri, e che considerassero indegni di vivere gli scampati ad una battaglia. Mentre Kraag rimuginava queste inquietudini l'esercito di re Grimir giunse alle pendici del colle sulla cui sommità stava il forte e i mercenari di Ethelwulf. Questi ordinò le prime misure difensive: pietre, grasso e olio bollente si riversarono sugli Hedemark, ma quelli continuavano ad avanzare, e per uno che ne cadeva due s'avvicinavano facendosi scudo col suo corpo, noncuranti delle ferite nelle quali la pece fusa filtrava come lava maligna.

Gli Hedemark procedevano con gli occhi bassi, gli elmi ricolmi di spine e protuberanze li rendevano simili a mostri, il guizzare dei loro muscoli si intuiva anche da sotto le pesanti cotte di rame che ne ornavano il corpo possente. Seguendo il costume delle sue lande, Ethur la terra fra i due mari, Kraag lanciò l'acuta invocazione di morte prima di gettarsi, con gli altri, nella mischia: sarebbe stato il suo ultimo combattimento.

Lo scontro fu cruento e prolungato: la guarnigione di Ethelwulf resisteva bene anche perché aveva il vantaggio dell'altezza e delle trappole piazzate alla base della torre che dovevano difendere. Ma gli Hedemark erano troppi e troppo potenti. Al volgere del giorno, mentre le brume nebbiose della vallata s'alzavano ad oscurare coi loro vapori un sole rosso che aveva infiammato il cielo crepuscolare, la compagnia di Kraag fu massacrata, la torre violata e data alle fiamme. Eppure c'era qualcosa di strano in quell'attacco: la sua pur spaventevole ferocia non rendeva giustizia alla fama degli Hedemark, alla leggendaria furia cieca con la quale si diceva massacrassero i nemici. Fu chiaro, al termine della battaglia, che stavano cercando non solo teste da mozzare e gole da squarciare, ma anche prigionieri. I guerrieri più forti a difesa della torre furono infatti risparmiati, e fra essi Kraag; pareva quasi che gli Hedemark selezionassero i candidati alla prigionia duellando con loro prima di decidere se fargli salva la vita o macellarli.

Quando la notte avvolse col suo manto ingemmato di pallide stelle il cielo e la terra, lo scontro s'era ormai concluso. Una settantina di guerrieri, fra i quali Kraag, furono segregati in un recinto ai piedi della torre, costruito da alcuni Hedemark con perizia sorprendente. Il forte non fu distrutto, ma completamente saccheggiato e le fiamme si levarono alte al cielo, come un lamento disperato, per tutta la notte. Ethelwulf, il comandante della guarnigione, fu scuoiato vivo davanti agli occhi impietriti dei superstiti, e la sua pelle fu appesa in cima alla torre, come una macabra bandiera, vessillo della potenza dei vincitori e monito per il popolo conquistato.

La prigionia fu breve: il recinto nel quale Kraag e gli altri mercenari dell'esercito sconfitto furono rinchiusi era una fossa poco profonda, circondata da intricati fili di spine e controllata da una guardia fissa di guerrieri Hedemark. Il grosso delle loro truppe si mise in marcia il giorno appresso per seminare morte e devastazione nella vallata, mentre un drappello rimase a guardia dei prigionieri, per altri due giorni, nell'attesa di rinforzi. All'alba del terzo giorno un contingente giunse infatti a prendere possesso del forte, e i prigionieri furono incatenati e predisposti ad una lunga marcia. Seppure fiaccato ed intontito dal digiuno (mangiare non era un riguardo concesso ai prigionieri) Kraag intuì che li attendeva la schiavitù nel paese di Cynegard governato dal sanguinario re Grimir. Ciascun prigioniero portava sulla schiena una gerla ricolma delle teste mozzate dei propri compagni: sulle steli che re Grimir avrebbe eretto in quelle terre a commemorare la sua vittoria, doveva figurare il numero esatto dei nemici uccisi, e i loro crani servivano al conteggio. Erano stati gli stessi prigionieri a mozzarli.

La marcia verso sud durò diverse settimane. Venivano abbeverati e cibati all'alba e al tramonto, ed erano troppo sfiniti dalla fatica per parlare. Anche gli Hedemark erano silenziosi: non si davano ai giochi ed ai pesanti scherzi che i guerrieri di tutto il mondo usano nei momenti di riposo per passare il tempo; non parlavano fra loro se non per necessità, e sembravano immuni a quel sodalizio che spontaneo nasce fra i guerrieri di un esercito vittorioso.

Quasi due lune erano trascorse quando giunsero in vista della capitale del regno di Cynegard, la favolosa Goddor: chiunque in occidente aveva udito notizie di quella città, dei suoi tesori, dei suoi abitanti, del lusso sfrenato e della sfarzosa opulenza che ne facevano ormai una leggenda. Kraag non vi era mai stato, ma ne aveva sentito parlare molte volte: fra i bivacchi dei guerrieri, nelle ore della tregua, qualcuno immancabilmente raccontava, ma spesso inventava, d'essere stato in quella città dalle mille torri, dai palazzi altissimi e dai costumi dissoluti. Non v'era soldato che non vantasse d'aver visitato i bordelli di Goddor, d'essersi inebriato di spezie nelle sue locande e d'aver provato gli unguenti e i fumi delle sue terme.

Questo e altro vorticava nella mente di Kraag, in un delirio febbricitante, mentre si avvicinava alla città, con la colonna di prigionieri. Era notevolmente smagrito ed era esausto per la marcia forzata nella quale molti suoi compagni erano morti, abbandonati lungo il percorso in pasto ai lupi e agli sciacalli. Il fetore delle teste mozzate ormai decomposte che portava sulle spalle lo avvolgeva e lo inebriava come una droga venefica.

La colonna di schiavi, perché era chiaro che questo riservava loro il destino, fu lasciata fuori dalle mura della città, e ammassata ad altre carovane analoghe, che provenivano dai campi di battaglia del fronte immenso col quale la guerra scatenata da Grimir aveva spaccato i regni occidentali. Solo al mattino seguente, mentre una pallida aurora stingeva il cielo notturno, capì realmente dove si trovava: sotto le ciclopiche mura di Goddor, orlate di torrioni corazzati e decorate con bassorilievi di leoni, lupi e strani animali alati, e che spesso avevano il volto folle e incorniciato dalla folta barba dello stesso Grimir.

La città, come l'intero stato di Cynegard, era rifiorita sotto il suo dominio, dispotico e tirannico: le tavole della legge, conservate nel tempio più importante, erano state emendate dagli scribi del re, e nuove regole erano state imposte agli abitanti. Grimir, figlio degli dèi, aveva giurato di rendere Cynegard il più potente stato dell'occidente, e in quasi trent'anni di guerre v'era riuscito, accumulando tesori immensi e sottomettendo, o controllando esternamente, tutti i regni confinanti. Kraag era combattuto fra la stanchezza, la disperazione, l'apatia, ma anche una strana eccitazione che l'aveva colpito da quando aveva visto quelle mura: così grandi, così immense, chissà quali tesori potevano serrare, e su uno come lui, nato e cresciuto nell'arida e spoglia terra fra i due mari, un deserto paradossalmente separato da un lago salato e dall'oceano meridionale, quella città esercitava un fascino irresistibile.

Lui e i suoi compagni sopravvissuti al viaggio erano sfiniti, ormai più somiglianti a scheletri che ad uomini: aveva sentito dire che gli abitanti di Goddor traessero diletto da sanguinosi giochi che vedevano protagonisti i prigionieri, costretti a battersi gli uni contro gli altri per il piacere della folla. Sicuramente, pensò, questa è la nostra sorte, perché siamo guerrieri. Ma sbagliava.

Nei giorni seguenti furono rifocillati e nutriti, ma restarono sempre confinati in un campo appena fuori le mura della città. Le favolose torri, le ampie strade e i lussuosi bordelli dei quali si favoleggiava restarono preclusi alla sua vista e a quella dei suoi compagni: vennero infatti condotti a qualche miglio di distanza, per essere impiegati come manodopera nella costruzione di un gigantesco edificio.

 

Re Grimir era salito al trono trent'anni prima, quando, poco più che ragazzo, aveva sterminato i suoi fratelli e suo padre, e aveva cinto la corona con l'aiuto della potentissima casta sacerdotale. Fu l'inizio d'una nuova èra per i regni occidentali, soggetti agli improvvisi attacchi del re e del suo esercito, sempre più feroce e potente: tutta la durata del suo regno era stata un fiorire di guerre, saccheggi ed invasioni. Il popolo lo adorava come il figlio degli dèi e i potenti della terra lo temevano come avversario e lo volevano come alleato. Ma, sebbene le sue concubine, fra le quali la madre e le sorelle, gli avessero dato più di cinquanta figli, Grimir cominciava a temere che la pretesa immortalità del suo regno fosse illusoria: cosa sarebbe rimasto di tutto ciò che aveva accumulato e conquistato, dopo la sua morte? I figli, allevati nelle mollezze e nel lusso di una vita opulenta, non mostravano né l'interesse né la capacità per tenere le redini del suo impero; questo si sarebbe corrotto assieme alle sue carni, decomponendosi e finendo in rovina. Così re Grimir, mentre la sua folta barba si tingeva d'argento, decise che il suo corpo non avrebbe mai conosciuto l'onta del disfacimento, e questo avrebbe reso saldo anche il suo regno. Lui non doveva morire, ma rimanere a guardia di quanto aveva conquistato, perché i suoi discendenti lo amministrassero e lo preservassero. Così raccolse i più grandi sapienti, negromanti e filosofi del mondo conosciuto presso la sua corte: loro avrebbero trovato il modo di rendere il suo corpo immune al disfacimento se non alla morte, e avrebbero anche costruito la sua casa per la vita eterna. Una tomba, un mausoleo maestoso, ricco ed impenetrabile che avrebbe conservato il suo corpo e preservato la sua memoria: un monito ai nemici e un conforto alla sua stirpe. Fu così che ne intraprese la costruzione ancora nel pieno vigore delle sue forze.

Kraag, come migliaia d'altri prigionieri, era stato destinato al lavoro forzato in quel cantiere immenso e favoloso. Quando giunse alle pendici della costruzione non poté trattenere la sua meraviglia: quell'edificio poteva rivaleggiare con una montagna. Era diviso in più piani, immensi, rastremati verso l'alto. Migliaia di persone, come termiti operose, si muovevano intorno alla costruzione, trasportando enormi massi, fabbricando mattoni o fondendo metalli, sotto la sferza implacabile degli aguzzini. Non tutti erano schiavi, molti erano cittadini della stessa Goddor, che, per legge, dovevano dedicare due lune ogni sei al lavoro presso quella tomba immensa.

Kraag e i suoi commilitoni furono destinati all'interno, a lavorare nei soffocanti cunicoli e nei polverosi pertugi che si snodavano dentro quella costruzione, e che venivano modificati continuamente: solo gli schiavi lavoravano all'interno della tomba, perché il loro destino si sarebbe concluso in quel posto, e non avrebbero potuto svelarne ad alcuno i segreti. Sarebbero morti di fatica o uccisi dalle guardie una volta finiti i lavori nel terribile olocausto finale progettato dal re e dai sacerdoti.

Al calar delle tenebre, ma dentro quell'immane tomba era sempre tenebra e i ritmi erano scanditi unicamente dai richiami dei capomastri, gli schiavi s'accasciavano distrutti dalla fatica; ma qualcuno aveva il tempo di mormorare maledizioni nei confronti degli aguzzini, delle loro sferze e del dispotico volere del re. Kraag ascoltava attento i discorsi dei suoi compagni, che parlavano del numero schiacciante degli schiavi rispetto a quello dei capomastri e dei guardiani, e che giuravano che molti cittadini di Goddor che lavoravano all'esterno erano scontenti del governo del loro re, che chiedeva anche agli uomini liberi di lavorare a turno per quel folle progetto, per quella tomba blasfema: infatti anche gli dèi, continuavano a dire, non vedono di buon occhio una costruzione che si erge a lambire i cieli e a sfidare il loro potere.

Passavano i giorni, le lune, ma la costruzione pareva interminabile. Kraag lavorava, con pochi altri, nel cuore stesso della tomba: gli architetti, per assecondare i deliranti voleri del sovrano, avevano riprodotto in essa una copia dei vasti possedimenti del re: l'intero regno era raffigurato con realismo esasperante, dalle vallate, alle montagne, ai fiumi, realizzati con rigagnoli di mercurio, e alla volta delle sale che ospitavano questi modelli, incastonata di gemme a raffigurare le stelle; la tomba stessa, il modello presentato al re dagli architetti prima di dare il via alla costruzione, vi figurava. Ma c'erano anche vaste sale, piscine, alcove: ogni ambiente del palazzo reale trovava un corrispettivo nelle viscere di quella tomba immensa.

Non era tanto il pensiero della morte imminente, di certo ultimata la costruzione tutti gli schiavi sarebbero stati sterminati, quanto lo spreco dei tesori inestimabili che avrebbe contenuto a riempire l'animo di Kraag di una rabbia indefinibile.

Una sera, mentre le braci del bivacco si spegnevano, udì uno dei lavoranti sostenere che i tempi erano maturi per una rivolta degli schiavi che, dal cantiere, si sarebbe estesa alla città e a tutto il regno: si diceva che gli oppositori politici del re, e anche i regni vicini, fossero disposti a dare il loro appoggio e la loro protezione agli schiavi, se questi si fossero ribellati: alla luna nuova un esercito avrebbe attaccato Cynegard, costringendo gli Hedemark a guardia della città a muovere in blocco contro il nemico, lasciando solo la guardia imperiale, feroce ma esigua, a difendere l'ordine pubblico. Una rivolta di migliaia di schiavi sarebbe stata incontenibile. Le intenzioni degli schiavi erano serie, e molti cittadini costretti al lavoro coatto presso la tomba avrebbero dato loro man forte.

Fu alla luna nuova, poco prima dell'alba, che cominciò la rivolta. Molte guardie furono uccise, e per ciascuna di esse decine di schiavi persero la vita. Kraag e gli altri che lavoravano nella cella sotterranea riuscirono, sfruttando il vantaggio di conoscere bene i cunicoli della tomba, ad imboccare il corridoio principale, una scalinata erta e ripida che s'affacciava sulla sommità del sepolcro. Era la spina dorsale della costruzione, e su essa davano le altre arterie dell'immenso mausoleo. Da una di queste, mentre s'affrettava con gli altri a salire le centinaia di gradini che lo separavano dall'uscita, vide un suo vecchio commilitone, che resisteva disperatamente circondato da un drappello di guardie. Era ferito e il braccio sinistro pendeva inerte, mezzo staccato dalla spalla, ma continuava a menare fendenti con un maglio preso chissà dove. Così, invece di proseguire verso l'alto, e quindi verso l'uscita e la salvezza, Kraag deviò per uno stretto cunicolo che portava proprio sopra al corridoio dove il suo compagno stava per essere sopraffatto dalle guardie. Era riuscito, nel caos della rivolta, a procurarsi una mazza di legno e un coltello di ossidiana: piombò dall'alto spaccando il cranio ad un capomastro con la mazza e si lanciò urlando fra gli aggressori del suo commilitone menando colpi e fendendo l'aria con il coltello, che impugnava nella sinistra. Il sangue delle guardie macchiò l'intonaco fresco della cripta: ne erano rimaste vive tre, che pensarono bene di fuggire di fronte alla furia del guerriero accorso in aiuto al suo compagno. Se Kraag uscì vivo da quella tomba fu proprio in virtù di quel suo folle gesto di solidarietà: infatti le guardie dall'esterno avevano gettato bitume bollente nel cunicolo principale, la scalinata che portava alla sommità della costruzione, e tutti gli uomini in fuga erano stati uccisi, travolti e ustionati: se fosse rimasto con loro invece di soccorrere il suo commilitone, avrebbe trovato la stessa fine.

Alla sera la rivolta poteva ben dirsi domata. Centinaia di schiavi erano stati uccisi e quelli sopravvissuti avrebbero subito una sorte forse peggiore. Kraag e il suo compagno, in fin di vita per il sangue perso dal braccio quasi mozzato, s'erano rifugiati dove certo a nessuno sarebbe venuto in mente di cercarli: nella "camera di sicurezza", un'angusta sala riservata alle guardie della tomba e che sarebbe stata murata dopo la costruzione: serviva solo come dormitorio alle guardie durante i lavori, e fu la loro salvezza, perché nessuno li cercò lì; l'intera guarnigione di stanza alla tomba, i capomastri e i sorveglianti battevano i cunicoli più angusti in cerca di rivoltosi, e Kraag ebbe il tempo di vestire i panni d'una guardia, alla quale aveva piantato il suo coltello d'ossidiana alla base della nuca. Il suo compagno morì dissanguato, e dovette lasciarlo in un corridoio laterale.

Mentre s'allontanava, con un cavallo della guarnigione, alle sue spalle gli ultimi fuochi della rivolta si stavano estinguendo. Fiumi d'olio bollente scorsero nei cunicoli della tomba, e strani fumi tossici furono sparsi nei suoi corridoi, per sterminare eventuali superstiti. Stanco ed inebetito Kraag si domandava se fosse stato l'unico a farcela, e perché la rivolta fosse fallita così miseramente. Il motivo, come ebbe modo d'appurare in séguito, dalle notizie che giunsero da Goddor, era che l'appoggio dei regni vicini e degli oppositori politici del re era venuto a mancare e che la rivolta era stata combattuta solo dagli schiavi: seppure in numero schiacciante questi non poterono resistere ai rinforzi degli Hedemark, che giunsero a dare man forte alla guarnigione. Si mormorava, le voci correvano incontrollate per tutto l'occidente, che re Grimir, adirato per i tumulti ma soprattutto per i danni arrecati alla tomba, avesse ordinato di impalare tutti gli schiavi e i cittadini coinvolti nell'insurrezione, erigendo in questo modo una macabra foresta di cadaveri intorno al suo mausoleo.

Altre lune passarono, le stagioni si susseguirono, ma il ricordo di quella prigionia e di quella tomba ossessionava Kraag, più della buona sorte per lo scampato pericolo: qualcun altro avrebbe vantato quell'impresa, sopravvivere alla rivolta di Goddor, essere l'unico degli schiavi scampato all'eccidio e alla vendetta del re per la ribellione. Ma Kraag non fece parola con nessuno di tutto ciò, e l'ardore di nuove battaglie poteva sopire solo parzialmente la sua inquietudine. Tornò infatti a vendere la sua spada agli eserciti degli stati in guerra con Cynegard, senza tuttavia combattere nuovamente su quel suolo maledetto che l'aveva visto schiavo. Sapeva che il suo sfidare di nuovo la prigionia, Grimir continuava a catturare schiavi per la sua folle costruzione, era una bestemmia agli dèi del fato, eppure credeva che il suo destino fosse ancora legato a quello del popolo di Cynegard. Kraag non temeva la morte, anzi forse la cercava, a suo modo tuttavia: l'ineluttabilità di quel destino l'aveva convinto che, se non si può dare significato alla propria vita, forse lo si può dare alla propria morte, e appena fàttosi uomo aveva deciso, cogliendo per questo il frutto acerbo della sua gioventù, di divenire un mercenario.

Un giorno, poco prima d'un'alba gelida e nebbiosa, su un campo di battaglia del ducato di Vogwelt, l'esercito di Cynegard, accerchiato dalle forze del duca nei cui ranghi Kraag s'era arruolato come mercenario, sventolò la bandiera gialla e pallida della resa. Il comandante dei terribili Hedemark consegnò armi e insegne al generale dell'esercito di Vogwelt, prima di darsi la morte con un coltello. Re Grimir era morto.

Come una maledizione, la decadenza s'abbatté su quello che era stato, per oltre trent'anni, il più florido regno occidentale: la guerra civile scoppiò quando il sovrano era ancora in agonia, e i suoi figli, improvvisamente interessati ad un potere che non avevano mai realmente apprezzato, si divisero in fazioni e scatenarono un conflitto intestino, che distrusse la stabilità politica e la floridezza economica di Cynegard. I regni vicini e tributari formarono improbabili alleanze per spartirsi il ricco bottino d'un impero in agonia. In questo clima torbido e caotico, la tomba di Grimir fu ultimata in fretta sotto il diretto controllo dei negromanti e degli scribi che l'avevano progettata e che, conformemente al voto che li legava alle oscure divinità i cui servigi avevano richiesto per la loro impresa, trovarono la morte in un folle suicidio di massa, mentre dalle torri di Goddor le fiamme della rivolta si levavano alte al cielo, come a gridare al mondo la fine dell'impero.

Kraag era con un reggimento del ducato di Vogwelt che, unitosi agli eserciti regolari di altri regni, marciò trionfalmente su Cynegard, seminando morte e devastazione: le atrocità e gli orrori seminati dagli Hedemark in passato furono vendicati da quelle che un tempo erano state vittime e che si trasformarono in carnefici ancor più spietati.

Di nuovo Kraag, stavolta a cavallo e come vincitore, tornò a vedere in lontananza le mura ciclopiche di Goddor, mentre la sua compagnia si avvicinava alla capitale ormai distrutta di quello che fino a qualche anno prima era stato il più potente impero occidentale. Di nuovo, non entrò in città: disertando l'armata vittoriosa, col favore delle tenebre e spinto da un impulso indecifrabile, si diresse ad ovest di Goddor, verso la tomba di Grimir.

Il mausoleo si stagliava macabro, come un ignoto monolito a coprire parte della volta celeste e delle costellazioni, pallidi candelabri del cielo notturno: Grimir l'aveva fatto costruire al centro di un pianoro d'erba smeraldina, per rendere ancor più imponente la sua mole, esaltata dalla piattezza del paesaggio. Mentre s'avvicinava alla tomba un sottile brivido corse lungo la schiena di Kraag: forse, istintivamente, i nervi delle sue spalle ricordavano le frustate degli aguzzini, oppure il suo folle proposito di saccheggiare, da solo e senza nessun piano, quel gigantesco tumulo gli si manifestava in tutta la sua assurdità.

Giunse alle pendici del sepolcro, contemplandone la mole spaventevole: sapeva benissimo che gli architetti di quella tomba avevano progettato sofisticati e misteriosi sistemi di sicurezza per renderla inattaccabile ai ladri, anche ai più astuti. Ma non avevano contato la possibilità che uno degli operai che avevano lavorato in quei cunicoli potesse scampare al massacro degli schiavi. Kraag sapeva benissimo che il modo migliore per trovare la morte in quella tomba era cercare di forzare l'entrata principale, la vertiginosa gradinata che, dalla sommità del colle artificiale, portava direttamente nelle sale sotterranee e alla camera sepolcrale. Doveva invece sfruttare uno dei cinque stretti cunicoli, che recavano all'interno della tomba la luce di cinque stelle, e che erano stati concepiti dai costruttori per stabilire un contatto fra il cadavere del re e le potenze celesti. Gli ingressi dei cunicoli erano nascosti e si trovavano, coperti da lastre di alabastro, in cinque punti precisi delle scoscese e levigate pareti che incorniciavano la scalinata esterna, che conduceva ad una falsa porta: in quella tomba tutto sembrava ciò che non era. Con i rampini usati per gli assedi alle fortificazioni, non fu difficile per Kraag ascendere la parete marmorea e introdursi in uno dei cunicoli: il rumore della sottile copertura di alabastro, che doveva essere quasi trasparente per far filtrare la luce delle stelle nel cunicolo, fu inquietante, e i frammenti che caddero verso l'interno non fecero rumore alcuno, come se la loro caduta fosse stata infinita. Con i nervi tesi come archi pronti a scoccare dardi mortali, Kraag si calò nel cunicolo, dopo aver faticosamente acceso una torcia.

Non doveva assolutamente giungere fino in fondo: un pozzo profondissimo e dalle pareti levigate, colmo d'olio, costituiva infatti la base del cunicolo: caduto lì dentro sarebbe stato impossibile fuggire. Ma Kraag aveva estratto i cadaveri dei suoi compagni, morti per gli stenti del lavoro forzato, da quelle gallerie anguste, e sapeva che, su uno dei lati del cunicolo, doveva affacciarsi un'apertura laterale, con uno specchio di rame destinato a raccogliere i raggi delle pallide stelle per rifletterli nelle gallerie sotterranee. Riuscì a trovare infatti il passaggio, ma, mentre vi s'introduceva, urtò la lamina di rame, che gli aprì uno squarcio nella gamba sinistra, e piombò silenziosamente verso il fondo del cunicolo. Riuscì tuttavia a tenere la torcia: sarebbe senz'altro morto carbonizzato, in caso contrario, perché la torcia, cadendo nell'olio in fondo al cunicolo, l'avrebbe reso un inferno infuocato.

Ma anche scampato quel pericolo, Kraag immaginava che un'interruzione del raggio luminoso riflesso dalla lamina avrebbe fatto scattare qualche trappola: prese a correre disperatamente, col sangue che copioso grondava dalla ferita, per il condotto laterale, stretto e angusto. Ma nessuna trappola era scattata, e ciò lo allarmò ulteriormente: alla fine del condotto c'era una delle sale dove si conservavano i modelli di quello che, fino a qualche stagione prima, era stato il vasto impero di re Grimir. La sala era illuminata debolmente da torce che prendevano olio chissà da dove, e quel barlume creava effetti fantastici sulle gemme incastonate nell'ampio soffitto, dipinto con polvere di lapislazzuli. Era una meraviglia senza pari, che avrebbe deliziato anche il più barbaro degli animi: ma, in quella cascata luminosa di riflessi smeraldini, Kraag intuì un movimento. Pensò ad un riflesso sul mercurio che simulava i fiumi di Cynegard, ma poi vide che qualcosa si muoveva in lontananza, in quel paesaggio virtuale. Vinse allora il suo timore e, dall'imboccatura del condotto che dava sulla sala, si gettò sul modello, solcando coi suoi sandali, come un gigante, quel simulacro del mondo conosciuto.

Si diresse verso le altre sale, cercando quella che riproduceva Goddor e la tomba stessa: sapeva che, sotto quel modello, avrebbe trovato una botola dalla quale si accedeva ai sotterranei dell'edificio e alla camera sepolcrale. Pensò per un istante di staccare le gemme dal soffitto o d'asportare le riproduzioni degli edifici, in oro, argento e giada. Ma qualcosa, chissà, la bellezza inviolabile di quell'opera nascosta, lo trattenne. Inoltre doveva seguire quel movimento che aveva visto in lontananza. Così, attento a non rovinare il modello sul quale camminava, con passi felpati si diresse verso la sala centrale. Era inquieto: nessun ostacolo apparente aveva intralciato il suo cammino, e questo era sospetto. È vero che era sceso non dal condotto principale ma da uno degli ignoti cunicoli laterali, altrimenti le strane trappole l'avrebbero già dilaniato, ma credeva impossibile che nulla fosse posto a difesa delle sale favolose nelle quali si stava aggirando, al lume di quelle pallide torce. Invece quelle stanze fantasmagoriche, i cui soffitti ingemmati rappresentavano i cieli e le cui pareti affrescate suggerivano l'infinità degli orizzonti sconfinati, parevano assecondare i voleri di un eventuale intruso, quasi ad accoglierlo e condurlo fin nel cuore della tomba che, come Kraag sapeva per averci vissuto e lavorato a lungo, si trovava nei sotterranei ai quali si accedeva dalla sala centrale. Vi giunse entro breve e, aperta la botola che si celava sotto al modello della tomba, si calò con prudenza al piano inferiore.

La sua torcia emanava un bagliore inquieto, creando danze frenetiche sulle pareti della cripta sotterranea. Quei locali erano completamente affrescati, con le tetre e sanguinose leggende del popolo di Cynegard, e ancora una volta Kraag si chiese perché non ci fosse nessun meccanismo di difesa. Più s'avvicinava al sepolcro, più la tensione aumentava, perché, se nulla ostacolava il suo cammino, era segno che il sarcofago e i tesori con esso nascosti erano presidiati da chissà quale pericolo.

Di nuovo comparvero delle torce alle pareti, dapprima fioche, quasi spente, poi sempre più ardenti, come a tracciare un cammino all'eventuale visitatore per favorirgli l'accesso al sepolcro. Le stanze riccamente affrescate presentavano ora, via via che si procedeva verso il cuore della tomba, mobili, scaffali, triclini, tutte le comodità per una vita lussuosa, paragonabile a quella che il sovrano aveva realmente condotto. Nulla sbarrava il cammino, e Kraag, pensoso, si fermò di fronte ad un portone riccamente istoriato, in oro, argento e bronzo, e che costituiva sicuramente l'ingresso alla cripta col sarcofago. Solo con i tesori che costellavano quelle sale d'accesso avrebbe potuto riempire la sua sacca di iuta, e pensare ad una comoda fuga da quel luogo tenebroso. Ma la sala centrale, la vera tomba del sovrano, lo attraeva in modo irresistibile: in quel momento, inconcepibilmente, le porte della cripta s'aprirono, senza cigolare, con movimento perfetto, innanzi a lui. Qualsiasi uomo ragionevole sarebbe fuggito: ma Kraag era determinato ad entrare nella sala, e, sguainata la spada per usarla come intralcio e bloccare la porta nell'eventualità che si fosse richiusa, entrò. Dentro era buio, e la sua torcia, ormai quasi spenta, non riusciva illuminare l'intero ambiente. Udì un fruscio alle sue spalle e capì che si trattava della trappola per un ladro come lui: le due ante del portale della cripta si stavano richiudendo alle sue spalle; per questo si girò e cercò di bloccarne la chiusura usando la spada. Riuscì nell'intento, ma, proprio mentre stava per voltarsi nuovamente, qualcosa gli si avventò contro. Lanciò un urlo di disperato dolore: la sua gamba sinistra, già martoriata dalla ferita, era stata morsa. La torcia gli era caduta e, sebbene non si fosse spenta, non bastava ad illuminare completamente la sagoma deforme del suo aggressore. Cercò di pensare in fretta, mentre i muscoli del suo polpaccio venivano morsi e artigliati con ferocia disumana: non poteva prendere la spada per difendersi, perché era incastrata nel portale, così estrasse il suo lungo pugnale e cercò di ferire il suo assalitore. Ne scorse la sagoma, mentre si ritraeva: era un uomo, anche se l'urlo strozzato che diede quando il coltello gli si conficcò nelle carni nulla aveva di umano.

Kraag indietreggiò: il dolore alla gamba era insopportabile, ma, afferrata la torcia e vibrando con essa colpi nell'aria vuota avanti a sé, riuscì a tenere lontana la cosa che l'aveva aggredito e nello stesso tempo a vederla. Urlò una bestemmia.

Era un uomo, o meglio lo era stato. Riuscì a scorgerne i lineamenti, fra le pieghe delle carni in disfacimento e il marciume dei muscoli: il sangue ghermito al polpaccio di Kraag ancora gli arrossava le labbra ormai inesistenti, che lasciavano intravedere una dentatura malferma e cadaverica. Gli occhi erano impressionanti: enormi, tondi, se ne vedeva l'intera orbita rigata di vene scure, e il fetore che emanava da quelle carni putrescenti, ora Kraag se ne accorgeva, era nauseabondo.

La cosa provò a parlare, ma solo rumori sordi e strozzati esalavano dai suoi visceri in disfacimento. Kraag non ebbe bisogno d'altro per capire che quella cosa era quanto restava di re Grimir. I negromanti avevano ingannato il monarca: non avevano trovato il modo di preservare il suo corpo, ma, per mezzo delle loro detestabili arti, avevano incatenato la sua anima alle carni in disfacimento, legandola per l'eternità ad una carcassa il cui destino era la putrefazione.

Mentre un conato gli attanagliava le viscere, menò col coltello un fendente e la cosa si protesse col braccio destro, che si staccò per l'impatto col colpo di Kraag; questi capì che ormai le membra del re erano martoriate dalla decomposizione, ma che anche facendolo a pezzi non sarebbe riuscito ad ucciderlo: non si può uccidere ciò che è già morto. La cosa parve accorgersi dell'impotenza del guerriero di fronte a lei, e gli s'avventò contro, come a volerlo sbranare.

Stavolta, senza esitare, Kraag schivò l'attacco, lanciò la torcia contro quell'immondo simulacro di vita ormai estinta e, afferrata la spada e penetrato nella fessura fra le due ante del portale bloccato, fuggì per le sale esterne. Il portale della cripta si richiuse per celare di nuovo il suo macabro abitatore.

Senza badare né ai tesori né alle opere d'arte che lo attorniavano, Kraag fuggì per i sotterranei, risalì la botola e, pestando senza più riguardo i modelli che riproducevano il vasto impero di Cynegard, si diresse verso uno dei condotti che puntavano alle stelle. Aveva ancora due rampini, e gli servirono entrambi. Sentiva, anche se sapeva che non era possibile, sul suo collo l'alito pestilenziale di quel cadavere inestinto, che sperava d'aver dato alle fiamme per sempre.

Ma, mentre si calava sulla liscia parete esterna del mausoleo con una frettolosa imprudenza dettata dall'orrore sovrannaturale e il vento notturno gli lambiva le membra, capì, o forse intuì, che l'anima di Grimir avrebbe infestato quel luogo anche dopo che il suo ultimo brandello di carne fosse divenuto cenere: i regni sarebbero caduti, un sole sempre più pallido si sarebbe tuffato in oceani ormai deserti nell'attesa dell'ultima notte del mondo, ma lo spirito del più potente monarca della terra avrebbe aleggiato in quel luogo fino alla fine dei tempi.

Una volta sceso, Kraag montò sul cavallo che l'attendeva alle pendici della tomba e si diresse senza esitare a nord: c'era una guerra lì, e la morte, dopo ciò che aveva visto in quella cripta, gli pareva una sorte invidiabile rispetto a chi possedeva la maledizione della vita eterna.


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