Pasan Cartago y Roma, yo, tú, el,
Mi vida que no entiendo, esta agonía
De ser enigma, azar, criptografía
Y toda la discordia de Babel.
J.L. Borges, Una Brújula
A voi che ascoltate, e che chissà a quale inaudito periodo appartenete, potrà sembrare strano che una volta, forse secoli, forse millenni prima che voi siate esistiti, la terra, che ora vi sembra così piccola, fosse sconfinata agli occhi dei mortali. Anche perché gli uomini erano divisi e brancolavano come capi di bestiame dispersi in una pianura, che si raccolgono in branchi per cercare di sostentarsi gli uni con gli altri, fondando regni che cadevano il giorno appresso, città andate in rovina, luoghi ormai perduti dei quali, forse, è rimasta traccia soltanto nelle parole che ancora usate senza sapere quale sia il significato segreto che nascondono.
Come che sia, tu che m'intendi, sappi che io racconto una storia molto antica, una storia degli albori di quella che viene chiamata "civiltà", anche se, quando io vivevo, questa parola ancora non esisteva.
A quel tempo il mondo, l'ho detto, era enorme. Il suo centro era una pianura, una pianura che si stendeva fra due fiumi immensi, fertile, rigogliosa, ricca, nella quale si poteva pascolare il bestiame o coltivare i campi, che poi erano le due principali attività fin dall'inizio del mondo e della stirpe umana, e fin dal primo, terribile momento che la storia ha osato scandire. Era un'epoca in cui il mondo, così giovane agli occhi degli uomini, non aspettava che d'esser conquistato. La terra, fertile, bramava d'essere arata. I cieli, che nelle umide notti mediorentali erano costellati d'infinite stelle sembravano invocare, in qualche modo, la presenza dell'uomo.
Eppure, in quelle umide notti, quando si dormiva all'aperto e le braci dei focolari erano ormai sopite, tutte le paure, i ripensamenti, le inquietudini notturne, le fantasie, razionali e non, che all'uomo (che a noi) venivano in mente, si fondevano, prendevano una forma unica e terribile, segreta, in divinità delle quali non osavamo nemmeno pronunziare il nome. Una di queste, forse la più ambigua, che di certo anche voi è femminile, era la Luna. A differenza degli altri corpi celesti, delle altre entità oltremondane, la Luna si compiaceva di mostrarsi, scoprendo poco a poco i propri veli, come potrebbe fare la puttana d'un bordello oppure la donna che voglia tentarci con le sue grazie, dischiudendole gradualmente ai nostri occhi.
Lo stesso pensiero mi ha sempre suscitato la Luna. E per questo, il rispetto che le ho sempre portato come divinità è stato mitigato dalla familiarità che avevo con lei. E la dea della quale la Luna era simbolo e incarnazione, la misteriosa e magnifica Astarte, ha sempre avuto un posto particolare nei sogni (e negli incubi) di tutti noi.
Ma io, in quel periodo, ero schiavo. Appartenevo ad un nobile casato la cui discendenza, la cui stirpe e persino il cui nome, sono ormai persi fra le nebbie dell'oblio.
C'era stata una guerra, come sempre, incessantemente vi sono state, a scandire tutta la storia, che poi è sempre la stessa storia, sempre una sola, quella dell'uomo.
In questa guerra eravamo stati fatti prigionieri: la battaglia era durata due giorni e due notti: il sangue aveva reso rosso intenso le distese di grano, l'erba era divenuta fanghiglia, alla quale si mischiavano le interiora, i grumi cerebrali delle vittime del massacro. I corvi e gli sciacalli hanno avuto di che banchettare, nei giorni appresso.
Io mi aggiravo sul campo di battaglia, all'alba del terzo giorno, quando tutto era finito e i corpi dell'esercito del mio popolo giacevano riversi fra l'erba pista, rossi di sangue rappreso, irriconoscibili e deturpati dallo sfacelo della battaglia. Fu lì che venni preso prigioniero dai miei nemici.
Mi trassero come schiavo. Poiché ero robusto di costituzione venni destinato ai lavori pesanti, malgrado il mio lignaggio, e in particolare alla costruzione di un misterioso edificio che si trovava fuori dalla città. A quel tempo, le città erano piccole e soltanto i palazzi dei potenti, del re e dei nobili, erano fatti in pietra. Attorno ad essi, entro la cinta muraria, si trovavano le case di fango, paglia, mattoni e legna, nelle quali abitava il popolo.
Noi schiavi non avevamo nemmeno questo: eravamo relegati fuori dalle mura e dai recinti. Lavoravamo ad una specie di minareto, di torrione, dalla base gigantesca. Si racconta che in una terra lontana, al di là del mare, un popolo abbia eretto simili minareti, con la base larga e la punta che si ergeva a lambire le nubi. Ma nessuno di questi poteva esser grande come quello che noi stavamo costruendo.
Nessuno degli altri schiavi aveva né l'animo né l'interesse per quella costruzione: ma io, malgrado la sferza degli aguzzini, malgrado le piaghe sanguinanti sotto il sole cocente e le fatiche nel trasportare mattoni, nel fabbricarli dalla paglia, dal fango, nell'utilizzare quello strano bitume al posto della malta, malgrado tutto ciò, dicevo, io ero entusiasta della torre. Sentivo che stavo dando, seppure in modo coatto, essendo schiavo, contributo ad un'opera grandiosa, incredibile, mai vista prima, e che mai sarebbe stato possibile eguagliare.
Il popolo contro il quale avevamo combattuto e perso la guerra, le vite e la libertà, era uno dei più bellicosi, ma anche dei più vitali che esistessero sulla faccia della terra. Il suo re era ambizioso e si diceva che si fosse proclamato dio, a sfidare l'autorità stessa delle potenze celesti: e certo aveva tanto potere da riuscirvi.
La città nella quale dimorava con la sua corte e il suo popolo era favolosa: mai ne avevo viste di simili.
Avevano raggiunto livelli di conoscenza, nelle irrigazioni, nella fabbricazione di giardini e di edifici altissimi, con più piani sovrapposti, quali mai avevo veduto. Era un luogo fantastico, pieno di suoni e di colori, frastornante per uno come me, che veniva da uno stretto lembo di terra, racchiuso fra un mare e un lago, nel quale si abitava in rozze capanne e palazzi di pietra squadrata.
Ma l'edificio che stavo contribuendo a costruire era ancor più fantastico. Lavoravamo lì da diversi mesi e stavamo ancora rifinendo la base. Gli schiavi erano decimati dalle malattie, dagli stenti: l'età media si abbassava costantemente e gli aguzzini non ci risparmiavano le sferzate.
E la sera, accanto ai fuochi, prima che il sonno ci cogliesse, prima di crollare per la fatiche fra le spire dei demoni del sonno, si mormoravano strane storie, fra i lavoranti, i capomastri, gli schiavi: si diceva che il re avesse dato l'incarico della progettazione e della direzione della costruzione di quella torre ai tre più grandi saggi che esistessero sulla faccia della terra, che li avesse riuniti sotto di sé e li avesse colmati di ricchezze o di chissà cos'altro, di chissà quale potere, che avesse promesso di dividere chissà quali meraviglie se loro avessero accondisceso al suo volere di costruire quell'edificio, quella torre --tutti supponevamo che dovesse essere una torre, sebbene nessuno di noi sapesse esattamente quale forma dovesse avere né quale fosse il progetto. E io ero sempre più eccitato all'idea di partecipare ad una costruzione così favolosa.
Accadde un fatto strano, un giorno, mentre il sole faceva capolino fra nubi che mai s'erano viste oscurare quelle sabbie desertiche. Un uomo venne. Se fosse un uomo non potevamo dirlo, perché era coperto di stracci, e la sua andatura era incerta era strana, quasi che fosse uno zoppo. Si avvicinò a noi che lavoravamo, e incominciò a parlarci della torre, a dire che eravamo dei pazzi a prestare la nostra opera, seppure come schiavi, ad un re che intendeva profanare le leggi divine. Meglio la morte, ci disse, meglio la morte da uomo libero che la schiavitù nelle mani di un blasfemo. Noi non capivamo cosa intendesse dire, e io ero molto irritato dalla sua presenza. Qualcuno degli schiavi gli prestò attenzione e io, che avevo un entusiasmo irrefrenabile, come ho già detto, per quella costruzione, al sentirne denigrare lo scopo e la fattura venni preso dal furore. Lasciai il mio lavoro e cone delle pietre e dei mattoni cominciai a colpire quell'uomo vestito di cenci neri. Credevo d'aver capito, o forse intuito, che fosse un lebbroso. Allora lo gridai a larga voce e ciò basto, perché gli uomini sono volubili come spighe di grano al vento, ciò bastò a rivoltare contro di lui quelli che prima lo ascoltavano. Lo coprirono d'insulti, di sputi e, lanciandogli pietre, lo misero in fuga.
Uno dei lavoranti, che era addetto al controllo degli schiavi, aveva visto che per questo motivo ci eravamo distratti. Presa la sferza, cominciò a colpirci, per ricordarci di tornare al nostro lavoro coatto. Io ero caduto, sotto i colpi della frusta, sulla sabbia rovente, e fissavo in ginocchio la mia ombra.
Vidi un'altra ombra avvicinarsi, un'ombra maestosa, che si stagliava sulla sabbia. -Non colpirlo!- intimò, con voce profonda e sicura al lavorante che si apprestava a farmi saggiare nuovamente il suo scudiscio.
Qualcuno stava prendendo le mie difese: doveva aver visto quello che era accaduto, e che io avevo scacciato il lebbroso.
Alzai lo sguardo e vidi chi aveva interceduto per me. I suoi vestiti, la sua lunga barba dai folti riccioli neri, ma già chiazzati di canuzie, non lasciavano dubbi: doveva essere un alto dignitario, ma non un cortigiano: aveva occhi profondi, l'aspetto ieratico del sacerdote, ed anche qualcosa di più. Intuii in quel preciso istante che era uno dei tre saggi. E infatti così mi si annunciò.
Gli uomini mormoravano, quasi spaventati fra loro, alla visione di uno dei tre progettisti e ideatori della torre. Si trattava di Marduk.
Egli mi chiese il mio nome e io lo dissi. Dissi anche il mio lignaggio e tratteggiai in poche frasi la mia triste storia. Ancora non so se il destino ignaro o qualche malevola divinità avesse predisposto quell'incontro... So solo che accadde. Egli mi prese a lavorare con sé, all'interno della torre, sollevandomi così dalla mansione più bassa di schiavo addetto alla fabbricazione dei mattoni e alla costruzione delle fondamenta, e mi portò dentro.
Mai avrei sospettato che la torre potesse essere così immensa, al suo interno. Nascondeva un enorme pozzo, nel quale erano nascosti fucine, forge, laboratori metallurgici d'ogni tipo.
Marduk, il savio che mi aveva posto sotto la sua protezione, come suo schiavo personale, era il Signore dei Metalli. Aveva dominato il fuoco e penetrato i misteri del calore e degli strani legami che sono alla base dei metalli. So di poter non essere creduto, ma lo vidi immergere una mano nell'oro fuso, per ritirarla fuori appena arrossata.
Marduk, l'uomo che aveva dominato il fuoco, si aggirava in quei sotterranei come se fosse il suo ambiente naturale, come se fosse il ventre della sua stessa madre. Noi schiavi lavoravamo in condizioni terribili: l'aria era soffocante, la temperatura elevatissima. E uno strano morbo s'era diffuso nei sotterranei della torre. Eppure il mio entusiasmo cresceva sempre di più, anche perché ebbi l'opportunità di conoscere gli altri due saggi.
Uno di essi si diceva essere il più esperto e profondo conoscitore delle Matematiche in tutto il vasto mondo. E io non ne dubito, perché i calcoli astronomici che faceva erano così precisi che si aveva l'impressione che gli astri, le stelle, i pianeti ruotassero nella sua mente anziché nei cieli.
L'altro ancora, era cieco. Eppure nel buio dei sotterranei si muoveva con una facilità e con un'agilità che noi vedenti non avevamo. Udii mormorare da qualcuno che fosse il più grande architetto che l'umanità avesse mai generato, che le sue costruzioni, i suoi labirinti, le sue torri, tutto ciò che progettava fosse perfetto, sia nella bellezza esteriore come nell'utilità pratica. Si diceva che le tombe di alcuni re che aveva progettato ancora resistessero alla violazione dei ladri, quando è noto che trascorrono pochi anni perché ogni sepolcro, per quanto maestoso, sia spogliato di tutte le ricchezze che contiene.
Questi erano i tre savi, i tre uomini di genio che, per un enigma del caso, erano comparsi sulla terra contemporaneamente e che il potente re aveva riunito presso la sua corte.
Vidi delle meraviglie in quei sotterranei che lo stesso ricordo fa fatica a comprendere: macchinari inconcepibili, grandi, piccoli, e poi cunicoli, condotti, strane leve, strani rumori, che riecheggiavano per quei sotterranei. Vidi calotte metalliche che al solo contatto le une con le altre sprigionavano scintille: fiamme particolari, non quelle prodotte dal carbone, dalle braci, me che si estinguevano subito, producendo degli echi che mai s'erano uditi in questo mondo. Evidentemente Marduk aveva imbrigliato energie che l'uomo non avrebbe scoperto se non dopo secoli, millenni forse.
Nella parte più profonda dei sotterranei si utilizzavano strani materiali, estratti da miniere che si trovavano a nord. Non si trattava di metallo: era un minerale invece quale mai avevo visto, che veniva raffinato, forgiato, fuso, passato con procedimenti che non ricordo, attraverso gigantesche e incommensurabili taniche, piene d'acqua distillata, e che emetteva, al buio, un bagliore inquietante, sinistro. Gli schiavi che lavoravano là sotto sostenevano che il morbo che infuriava in quei sotterranei fosse dovuto alla profanazione delle segrete sostanze che solo gli dèi, o forse i demoni, possedevano. E certo, aggirandosi nelle viscere del deserto, al di sotto della torre, si poteva credere che Marduk fosse andato fin nel profondo dell'Inferno, per carpire ai demoni i terribili segreti del loro fuoco, per apprendere una scienza che all'uomo era proibita.
Il morbo dilagava nei sotterranei. Gli uomini morivano a decine. La pelle si staccava a brandelli dalle loro ossa: eppure non era lebbra, era qualcosa di ancor più terribile, che faceva cadere i capelli, i denti, le unghie...
Ho visto uomini nel fiore degli anni e delle forze appassire nel giro di pochi mesi e morire, in quei sotterranei maledetti.
Un giorno, il giorno che non dimenticherò mai, il Re venne a visitare la torre. L'edificio esterno, grazie al lavoro incessante degli schiavi s'era elevato fino a ferire le nubi: era la costruzione più gigantesca mai prodotta dall'uomo. Poteva rivaleggiare con le montagne del nord.
Il Re venne, dunque, a visitare la costruzione nel suo interno. Tutti ci inchinammo, compresi i tre savi, col volto nella sabbia, al passaggio del più potente monarca della terra.
L'assistente di Marduk, che io avevo conosciuto, era morto, ucciso dal morbo, e Marduk mi aveva scelto per sostituirlo. Quando il Re entrò, tutti gli schiavi, tranne me, furono fatti uscire. Non capii il motivo della mia presenza lì, e, visibilmente, neanche il Re, ma i tre savi spiegarono che uno di loro, il cieco, era stato colpito dal morbo, e non avrebbe potuto partecipare all'impresa. Dissero al Re che avevano scelto me per sostituirlo. A quella notizia incomprensibile, malgrado il calore delle fucine sotterranee, un brivido mi corse lungo la spina dorsale.
In quale misterioso, blasfemo evento ero stato coinvolto da Marduk? La sapienza di quell'uomo mi atterriva, la sua scienza mi faceva orrore. Aveva dominato i più intimi segreti del fuoco e dei metalli, rivaleggiando con gli dèi e gli spiriti della terra, e forse era persino superiore ad essi.
Il Re si mostrava molto impaziente. Io non capivo per cosa ma, ahimé, presto lo avrei saputo. Durante quella strana conversazione, ad un certo punto il Re chiese a Marduk se lo scafo fosse stato ultimato. La frase mi confuse. Lo scafo? Non c'era nessuna nave lì, e anche se ci fosse stata, a che scopo? Eravamo nel deserto e non c'era fiume né mare... Ma loro continuavano a parlare di scafo e di navigazione, finché non mi misero a parte del loro folle e detestabile proposito.
La torre, così slanciata verso l'alto, era cava al suo interno. Questo lo sapevo. E il condotto che racchiudeva il pozzo s'addentrava fino nelle viscere della terra e lì, alla base v'era uno scafo. In seguito lo vidi. Non era una nave, almeno non una nave da navigar per mare. Era come una nave "chiusa". Se immaginate che una nave possa esser vista come il guscio d'una noce rovesciato, ecco, questa era come la noce completa: non aveva né alto né basso, ma una forma affusolata, di dardo, di freccia pronta ad esser scoccata e lanciata lungo il condotto che la torre nascondeva.
I tre savi avevano imbrigliato potenze troppo terribili anche per essere nominate, ma sufficienti a lanciare quello scafo lungo il condotto della torre, e poi verso le nubi, oltre il cielo, fino... fino alla Luna, fino ad Astarte.
Questa era la folle idea del Re: raggiungere con quello scafo, come se fosse una freccia scoccata, la Luna. L'idea ripugnava il mio animo: era come se avessero deciso di colpire con una freccia il cuore stesso della dea. Eppure, non dubito che vi sarebbero riusciti.
La nave era pronta. Le terribili energie scatenate da Marduk erano in grado di lanciare quello scafo lontano dalla superficie della terra, verso le immensità del cielo. E l'abilità geometrica del matematico, fra i tre grandi savi, li mettevano in grado di calcolare esattamente il momento nel quale avrebbero dovuto lanciare lo scafo perché questo cogliesse il suo bersaglio siderale: Astarte.
Non dissi nulla, ma ero atterrito all'idea di dover partecipare, in sostituzione del savio cieco, ormai agonizzante, ad una simile, folle e terribile impresa.
Quella notte fui visitato da strani sogni. E il giorno dopo, inconcepibilmente, mentre si apprestavano gli ultimi preparativi all'impresa della quale solo noi sapevamo il folle proposito, nei sotterranei della torre rividi quell'uomo, il lebbroso vestito di cenci neri che avevo scacciato con le pietre, diverse lune addietro.
Non so perché lo feci, ma gli parlai, e capii che era a conoscenza degli intenti mostruosi e blasfemi del Re e dei tre saggi. Non ci furono parole fra noi, né occhiate: i suoi occhi erano orribili a vedersi, il suo aspetto deforme. Eppure, decisi di aiutarlo. La sua presenza nei sotterranei venne scoperta, ma io riuscii a favorire la sua fuga affinché si mettesse in salvo. Mi condusse allora in un luogo, lontano dalla torre, fra le sabbie desertiche. Mi mostrò macchinari e fucine e uno scafo simili a quelli che Marduk aveva costruito nel profondo delle viscere della torre. Ebbi paura che fosse uno dei tre saggi travestito per negromanzia, per mettermi alla prova, o uno degli emissari del Re. Ma il suo intento era chiaro: voleva impedire la profanazione, voleva impedire che il Re pazzo e i suoi servitori, me compreso, perseguissero il folle proposito di raggiungere Astarte col loro dardo scoccato dalla torre.
Parlò accenti strani e parole che non comprendevo, mi mostrò delle pietre che disse esser state costruite da mani umane, o meglio non umane, ma di suoi simili.
Mi disse che veniva da molto lontano, e che tutti gli astri che popolano il cielo notturno sono abitati come la terra, e che chi vi dimora ha raggiunto livelli di civiltà tali da poter controllare, come fossero dei semplici villaggi, tutti gli altri mondi. Compreso il nostro.
Disse che i segreti svelati da Marduk erano stati carpiti troppo precocemente dal velo della Natura: era troppo presto... Il folle proposito del Re non doveva potersi realizzare. Parlò di una strana pietra, formata da molte parti metalliche: lo chiamò "il confusore". Io non capii cosa volesse dire. Passò la notte a mostrarmi le sue meraviglie. Poi mi congedò e disse che mi avrebbe fatta salva la vita.
Non so dove dormii quella notte. Fu la notte più terribile che l'umanità avesse vissuto dai tempi del Diluvio. Quell'essere --perché vano sarebbe tentare di chiamarlo uomo-- con quella sua strana macchina, il confusore, aveva prodotto il più enigmatico e terribile degli eventi: infatti, quando mi destai al mattino seguente, il mondo era in rovina.
Qualcosa era stato alterato nella mente di ogni uomo... Vidi fratelli armarsi l'un contro l'altro, amici, compagni, distruggersi e massacrarsi a vicenda, lanciarsi contro parole incomprensibili. Nessuno capiva più la lingua degli altri.
Quella strana macchina, il confusore, aveva operato qualche sorta di magia, di stregoneria, confondendo le lingue di tutti i mortali, su tutta la terra...
La torre crollò, i corpi dei tre saggi e del Re vennero dispersi dalle acque dei fiumi, chi pugnalato, chi dilaniato, chi aveva cercato la morte con le proprie stesse mani...
E la torre, lentamente, si disgregò. Il bitume che avevano usato come malta, i mattoni, gli strani metalli e gli arcani fuochi che racchiudeva nel suo grembo furono ricoperti, lentamente, dalle sabbie desertiche, contornati dalle ossa degli schiavi che vi avevano lavorato, ancora avvinti dalle catene che li cingevano.
La stessa città, in prossimità della quale la folle torre era stata eretta, andò in rovina, progressivamente. Risorse, questo sì, ma solo quando gli uomini avevano dimenticato, per volere, o semplicemente per l'incedere del tempo, la pazzia della quale era stata preda sotto il folle Re e i suoi tre savi.
Quella città, le cui mura non avrei più visto in tutta la mia vita, perché feci ritorno alla mia terra natale, quella città durò ancora, ma il ricordo della torre si perse negli echi della leggenda.
Io, io solo raccontai al mio popolo, perché gli servisse come mònito, la fantastica storia di quella torre che una volta sorgeva nei pressi dell'antica Babele.

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