La bandiera sul soviet del villaggio

Nicolaij Vedenisov (1992)





Al compagno Lev Semenovic Pontrjagin

Boris Alexeevic stava dormendo al momento dell'impatto, e fu questo a salvarlo. Infatti era legato con le robuste cinghie alla cuccetta dislocata nel retro dello scafo, quando i due piloti ed il navigatore di bordo del ricognitore Nauka VI persero il controllo del velivolo, in seguito ad un'avaria dei sistemi di raffreddamento dei reattori primari, che si schiantò in una nube di polvere selenita nel momento del silenzioso impatto sul suolo lunare. Il ricognitore era estremamente robusto, e le misure di sicurezza con le quali era stato protetto funzionarono a dovere: malgrado lo schianto, nel quale Fomenko, Skljanin e Drinfel'd persero la vita, non vi furono falle nello scafo, ma solo ammaccature e qualche rapida combustione, subito sopita dall'assenza di ossigeno, che mise comunque in totale avaria i motori e la strumentazione di bordo.

Al suo risveglio, Boris Alexeevic notò immediatamente l'assenza del costante e sottile sibilo prodotto dai generatori e dai motori, che in genere si poteva udire durante le fasi di volo. Bastò qualche istante perché lo scienziato si rendesse conto della situazione, ma dovettero passare diversi minuti perché ne apprezzasse la gravità. I tre cadaveri giacevano nell'ampia cabina che costituiva la prua della navicella spaziale, ed il sangue lentamente scendeva sui pannelli distrutti e fra i monitor, nei quali l'assenza della consueta luminosità rivelava la totalità dell'avaria. I pannelli comandi erano quasi interamente saltati, e solo i sistemi forniti di alimentazione ausiliaria, quali l'ossigenazione e l'illuminazione degli abitacoli, erano ancora in funzione.

Appurato il decesso dei suoi tre compagni e la gravità della situazione, Boris Alexeevic venne preso dallo sconforto e dalla disperazione. Tuttavia, la razionalità che era in lui, e che era stata affinata e scientificamente guidata in tutti gli anni della sua vita dagli studi (era un fisico) e dalla gioiosa pratica marxista della vita nella comunità del "villaggio" Tikonov, ebbe alla fine il sopravvento.

La sua mente vagò fra i ricordi della sua infanzia, vissuta sulla Terra, e della sua giovinezza, passata nella sua casa natale e nell'università di Novosibirsk, dove aveva conseguito la laurea. Poi l'avventura lunare.

La colonizzazione della Luna era iniziata sul finire del XX secolo da parte dei sovietici, a scopo scientifico. Quando anche gli americani furono in grado di colonizzare il satellite, presero a disseminare il territorio lunare di loro basi finché, inevitabilmente, si giunse ad un conflitto di interessi. Così, venne deciso di separare politicamente i due emisferi lunari: uno ai sovietici, che pure avevano avuto il merito di aver spianato la via alla colonizzazione umana del satellite, uno agli americani. L'emisfero sovietico comprendeva la metà ovest della faccia visibile, e quindi l'Oceano delle Tempeste, il Mar delle Nubi ed il Mar delle Piogge, ove sorgeva l'immenso mausoleo che indicava il punto di allunaggio del Lunik II(*), e del lato oscuro comprendeva la parte est, delimitata grossomodo dall'imponente Catena Sovietica, che taglia longitudinalmente a metà la faccia nascosta del satellite.

L'organizzazione sovietica era efficiente e razionale: le basi si dislocavano in aree geologicamente stabili, per lo più attorno ai crateri. La base centrale, ove risiedeva il Soviet Lunare, si trovava eccezionalmente al centro del cratere Copernico. La distribuzione delle basi, che si raggruppavano in gruppi di dieci o quindici chiamati "villaggi", era estremamente regolare, per permettere sicuri ed agevoli spostamenti sulla superficie selenita. Ciò non toglieva che potessero verificarsi incidenti di percorso, e spesso le squadre di soccorso impiegavano molte ore prima di giungere sul sito dell'incidente.

Boris Alexeevic si scosse dai suoi pensieri cupi ed agitati, e prese a riflettere. Doveva agire in fretta. Erano infatti passati quasi venti minuti dal momento dell'impatto, ed i generatori primari erano fuori uso. La riserva d'aria non sarebbe bastata che per sei ore al più.

Un'occhiata al pannello comandi gli mostrò che non poteva stabilire con certezza il luogo nel quale il Nauka VI si era schiantato al suolo. Comunque, per quel che ricordava della rotta, dovevano trovarsi presso il cratere Lobacevskij: l'incidente era infatti accaduto mentre tornavano da una base di frontiera, vicino al cratere Popov (che poco sportivamente gli americani avevano ribattezzato Oppenheimer) ed erano diretti al villaggio nella depressione di Alexandrov.

Fortunatamente la radio era recuperabile. I minuti passavano veloci, mentre Boris Alexeevic cercava di ripristinare il contatto radio con le basi vicine. Dopo almeno tre quarti d'ora di lavoro, si era quasi arreso, provò a regolare il segnale su frequenze più alte ed udì una voce nasale e disturbata che diceva - Qualify yourself, please...

La pattuglia statunitense arrivò dopo tre ore. Boris Alexeevic conosceva l'inglese, come la sua preparazione scientifica richiedeva (a differenza dei suoi colleghi occidentali che non conoscevano il russo, impigriti dalla gran diffusione, retaggio dell'imperialismo colonialista, del loro idioma), e cercò di spiegarsi come meglio poteva. Con sua gran sorpresa, gli americani gli comunicarono che si trovava poco oltre il confine fra la parte sovietica e statunitense della Luna, e Boris Alexeevic non poté obbiettare nulla quando gli venne comunicato che doveva "essere tratto in salvo" in territorio americano.

Dopo poco meno di un'ora di volo sulla navicella statunitense, Boris Alexeevic giunse alla base americana di frontiera che aveva recepito il suo messaggio radio. Dopo aver espletato le normali operazioni di allunaggio, venne finalmente condotto alla presenza del comandante della base. Questi era un solido yankee che fece accomodare Boris Alexeevic nel suo ufficio. Il fisico era spossato dall'esperienza e dalla tragedia dell'incidente, ma il comandante insistette per interrogarlo subito.

- Allora, signor...? Il suo nome? - disse.

- Samarskij, professor Boris Alexeevic Samarskij - rispose con voce atona.

- Bene, "professore" - il comandante enfatizzò il titolo accademico - lei si trova in una situazione alquanto scomoda, mi pare. Vuole un sigaro?

- No, non fumo. Grazie.

- Bene, le dicevo che la sua situazione è scomoda. La navicella sulla quale è stato trovato era tre miglia oltre il confine legale e nessuna delle nostre basi di zona aveva ricevuto una richiesta di allunaggio di emergenza oltre i nostri confini. Ciò pone lei e soprattutto l'equipaggio del Nooka VI in una posizione di illegalità...

- L'equipaggio del Nauka VI - Boris Alexeevic corresse con fermezza il grossolano errore di pronuncia del comandante - è deceduto nella totalità dei suoi tre membri. Io ero solo un viaggiatore sulla navicella, che doveva portarmi nell'entroterra sovietico dalla stazione di confine sul cratere Popov...

Un'espressione accigliata ed interrogativa sul volto del comandante indusse Boris Alexeevic a correggersi - ...sul cratere Oppenheimer.

- Eppure un'ispezione del velivolo ha rilevato presenza di armi a bordo... - replicò il comandante.

Lo sguardo di Boris Alexeevic si infiammò: - Chi vi ha autorizzato alla perquisizione?

- Il diritto internazionale e le più elementari precauzioni di difesa - rispose seccamente il comandante.

- Piuttosto - riprese - risponda alla mia domanda. Cosa ci facevano quelle armi a bordo della navetta?

- Non lo so di preciso - rispose con calma Boris Alexeevic - ma credo che "le più elementari precauzioni di difesa" consiglino ad ogni equipaggio di portare poche armi leggere con sé durante i voli. O forse mi vuol dire che le vostre navette non seguono questa regola "elementare"?

Irritato per la controdomanda, ma soprattutto per il tono ironico che sottolineava la parola "elementare", il comandante congedò bruscamente Boris Alexeevic, malgrado questi insistesse per poter avvertire di persona la base Popov del proprio involontario espatrio.

Il fisico fu assegnato a due militari che lo scortarono in una stanza estremamente spoglia e provvista di un piccolo abitacolo preposto a latrina. Quando fu lasciato solo, Boris Alexeevic si gettò sul letto, e trovò ristoro alla sua rabbia in un sonno privo di sogni.

Di nuovo il risveglio di Boris Alexeevic fu brusco. Qualcuno era entrato nella sua stanza. Quando le luci si accesero, il fisico fu costretto a strizzare gli occhi, assuefatti all'oscurità del lungo sonno.

Due persone erano entrate nella stanza. Uno era il comandante, l'altro uno sconosciuto, un ometto magro e calvo, dalla barba ispida ed appuntita in un pizzo nerastro.

- Professore - disse scorbuticamente il comandante - questo è un suo collega, il professor Israel Cohen. Chissà che non riesca ad avere con lei un miglior dialogo.

Dopo quella enigmatica frase, il comandante uscì chiudendo la porta. Qualche attimo di silenzio ed il nuovo venuto, sorridendo, prese una sedia che stava in un angolo della stanza e si sedette.

- E' un piacere conoscere un collega - iniziò cordialmente Cohen - e soprattutto verificare che uno dei migliori fisici lunari è così giovane. Sa, ho letto diversi suoi articoli, e li ho trovati molto interessanti. In particolare la sua memoria sul problema della diffusione di calore nella crosta lunare col metodo di Fourier...

- Ah, quello è ormai sorpassato, ci sono alcune tecniche nuove in proposito - lo interruppe Boris Alexeevic trascinato dalla passione per i suoi studi, ma non finì la frase. Infatti lo sguardo di Cohen non era animato da fame di conoscenza, quanto da insaziabile e malsana curiosità interessata. In una frazione di secondo, Boris Alexeevic intuì che Cohen aveva bisogno di informazioni che non riusciva ad ottenere da solo, e che la fortuita venuta del fisico sovietico alla base americana era un'insperata occasione di carpire informazioni preziose. D'altro canto era del tutto improbabile che Cohen fosse un funzionario di quella base. Probabilmente era venuto apposta lì per spiare Boris Alexeevic, che capì subito che la sua presenza in territorio americano doveva aver eccitato gli statunitensi: un brillante scienziato sovietico lunare, abbastanza maturo da essere qualificato ma anche abbastanza giovane da essere facilmente ingannabile con discorsi adulatori e trabocchetti psicologici, era un'occasione troppo ghiotta per carpire informazioni sui sovietici perché gli americani potessero farsela scappare.

Cercando di prendere tempo, Boris Alexeevic riprese a parlare - Certo voi siete quanto noi, se non più di noi, a conoscenza di tali nuovi metodi fisico - matematici, e quindi è inutile che vi stia ad annoiare con i particolari, vero?

Colto impreparato, Cohen non poté che annuire in fretta e furia, rispondendo - Spero che potremo parlare più a fondo in seguito. Stasera lei cenerà con i funzionari della base, e allora, per non annoiarci coi soliti discorsi burocratici, potremo scambiarci qualche impressione sul nostro lavoro, da buoni colleghi...

- Sarà un piacere - rispose Boris Alexeevic con un sorriso ingenuo mentre in cuor suo già meditava sul come difendersi dall'attacco psicologico a affabulatorio che Cohen avrebbe sferrato quella sera stessa. Così, per il momento, si congedarono nel più cordiale dei modi.

La cena fu estremamente imbarazzante per Boris Alexeevic. Infatti non avvenne in sala mensa, bensì in una saletta riservata, arredata molto più riccamente del resto della base, con mobilio alla maniera terrestre studiato espressamente per la gravità lunare, che Boris Alexeevic capì essere parte degli appartamenti degli ufficiali in comando alla base. Erano dodici gli invitati che, oltre a Cohen ed al comandante, erano pezzi grossi delle basi di frontiera statunitensi. Naturalmente gli invitati erano dodici incluso anche Boris Alexeevic: evidentemente la superstizione americana (come sempre di origine religiosa) con la sua fobia del numero tredici era giunta persino sulla Luna...

Il fisico sovietico sedeva tra Cohen ed un altro fisico, che non tardò a capire essere un assistente del suo collega americano, per il tono di deferenza col quale si rivolgeva al suo superiore. In effetti, ciò che stupì Boris Alexeevic fu il groviglio di titoli e nomine coi quali gli americani si beavano di chiamarsi a vicenda: professore, generale, ispettore, dottore...

Inizialmente Boris Alexeevic pensò che lo facessero per metterlo in maggiore soggezione, ma poi capì che quel modo vanitoso di esprimersi era un retaggio quotidiano alla base americana. Formulando questo pensiero non poté che sorridere e riflettere sulla maggior efficienza e democraticità del modo sovietico di esprimersi: nome proprio ed il solo (ma onorevole) appellativo di "compagno". E' vero che anche fra loro a volte ci si cambiava la qualifica, ma era solo per necessità di identificazione o cortesia disinteressata.

La cena andò avanti noiosamente senza intoppi. Boris Alexeevic evitò di parlare della sua "scomoda posizione" o delle sue richieste di comunicare con una base sovietica. Era certo che i suoi compagni avessero già capito la situazione e forse le vie della diplomazia e della burocrazia erano già al lavoro per consentire il suo ritorno nella parte sovietica della Luna. Comunque, dopo un paio d'ore, i convitati si alzarono e si accomodarono su poltrone e divani sorseggiando dei drink. Cohen ed il suo assistente invitarono Boris Alexeevic a seguirli. Mentre uscivano dalla sala, il fisico sovietico notò un sorriso compiaciuto sul volto del comandante.

Cohen lo condusse nel suo studio: una saletta con due scrivanie disordinate, cosparse di penne, fogli, libri e regoli calcolatori, e coronata da una lunga lavagna.

- Allora - iniziò Cohen - che noia i discorsi politici! Personalmente non ci capisco nulla, ed è per questo che spesso mi rintano qui, col mio assistente Stillwell - e ammiccò indulgentemente verso l'altro - dove si parla di ben altro. Non le leggi parziali e caduche dell'uomo, bensì le immutabili regole della natura, della matematica, belle nella loro cristallina esattezza, magnifiche nella loro...

Mentre Cohen parlava, Boris Alexeevic capì che mentiva. Quello non era il suo studio: non vi si trovava a suo agio e, alla richiesta di trovare un articolo od un libro non vi sarebbe di certo riuscito, a differenza di qualsiasi altro scienziato (anche il più disordinato) che si trovi sul suo vero tavolo di lavoro. Stillwell era poi in evidente disagio. Era un dinoccolato ragazzotto dai capelli rossi, e teneva lo sguardo fisso sul pavimento.

- ... e di grande soddisfazione per me - concluse Cohen. - Non è d'accordo, professor Samarskij?

- Come potrei non esserlo? - rispose Boris Alexeevic sorridendo. Aveva frugato nella sua memoria, ed era certo di poter citare almeno due lavori di Cohen, per contrastarlo con la sua stessa arma: l'adulazione.

- Sa - riprese- ho letto la sua memoria fondamentale sull'influenza del decadimento radioattivo sulla temperatura della crosta lunare, e l'ho trovata pregevole. Per me è stata fonte di ispirazione...

Nel frattempo Boris Alexeevic aveva notato uno sguardo malinconico, ma quasi rabbioso negli occhi di Stillwell.

- Sì - rispose Cohen - quella è stata una delle mie - e di nuovo Stillwell ebbe un fremito - memorie più interessanti. D'altra parte l'idea che il decadimento degli elementi radioattivi disseminati nella crosta lunare possa causarne il riscaldamento, e quindi influire sul gradiente geotermico, anzi selenotermico, era stata già applicata sulla Terra nel secolo passato. Fu proprio un russo a risolvere il problema, credo fosse Tikomirov...

- Tikonov - lo corresse seccamente Stillwell.

Ormai era chiaro. Chiunque avrebbe capito la situazione: Cohen era solo un mediocre scienziato, ma con appoggi politici sufficienti perché potesse usufruire di un titolo prestigioso e sfruttare il lavoro dei suoi sottoposti.

La discussione continuò, e Boris Alexeevic riuscì ad indirizzarla più sulle ricerche di Cohen che sulle proprie. Tuttavia l'americano prese a formulare domande dirette.

- Insomma, professor Samarskij, siamo tra colleghi, credo che riuscirò senz'altro a capire i termini del problema. Anch'io ho studiato l'esplorazione elettrica del sottosuolo lunare, per determinare le aree ed i giacimenti minerari. Però lei non fa altro che ripetere le mie osservazioni. Quali sono le sue conclusioni?

Con calma Boris Alexeevic prese il gesso (avevano già riempito tre quarti della lavagna) e scrisse la formula

Formula matematica

- Questo già lo sapevo - rispose Cohen. - io voglio sapere se lei ha trovato i valori cui convergono gli operatori non limitati associati alle misure definite da questi integrali...

Lentamente Boris Alexeevic scrisse - An=... - e dopo una sequenza di formule - ...=Aof(t).

- No! - urlò Cohen, che stava perdendo la calma - io voglio i valori effettivi dei coefficienti dello sviluppo in serie di quegli operatori per il suolo lunare, non i metodi astratti.

- Beh, le misure sono ancora in atto - rispose Boris Alexeevic con la massima tranquillità.

- Almeno l'andamento qualitativo delle funzioni approssimanti... - tentò nuovamente Cohen, che tuttavia capì che stava perdendo il controllo e, guardando l'orologio, disse che si era fatto tardi. Salutando bruscamente Boris Alexeevic e, invitando Stillwell a seguirlo, uscì dallo studio.

Senza dire nulla, prima di spegnere la luce, Stillwell tracciò sulla lavagna una curva e la indicò al collega sovietico. Boris Alexeevic annuì e sorrise. Stillwell cancellò il grafico della funzione e spense la luce, prima di uscire dalla stanza.

Nei giorni seguenti la lotta di nervi fra Cohen e Boris Alexeevic continuò con toni più aspri e duri. Ma il fisico sovietico non cedeva. Nel frattempo si erano diffuse le voci di un imminente arrivo alla base di una delegazione sovietica per riportare l'ospite, e le salme dell'equipaggio del Nauka VI, in patria. Ciò rese ancor più frenetici i tentativi di Cohen.

Stillwell era invece sempre estremamente indifferente alla situazione. Una sera riuscì ad appartarsi con Boris Alexeevic.

- Ascolti - disse - io conosco il russo. Ho studiato il libro classico di Zaborovskij sull'esplorazione elettrica del suolo e le memorie della scuola sovietica. Vorrei poter lavorare in pace, ma Cohen è infido ed avido, non vede altro che la sua carriera accademica e la gloria dei premi scientifici...

- Venga con me! - rispose Boris Alexeevic in russo - Quando la navicella dei miei compagni salperà per la parte sovietica della Luna faccia in modo di trovarsi dentro. Io la coprirò e così i miei compagni. Qui non lascia nulla, se non il rimpianto di essersi fatto rubare da un politicante le proprie scoperte scientifiche...

Gli occhi di Stillwell si illuminarono - Così lo ha capito! Come odio Cohen... Ma forse per lui provo solo pena... Tutto sommato rimarrà sempre quel mediocre scienziato che è... Sta bene, verrò con lei! Però mi deve garantire asilo politico ed un posto da ricercatore. Non mi interessano i titoli né le forti remunerazioni: mi basta solo poter proseguire le mie ricerche.

Lo sguardo di Boris Alexeevic fu una risposta esauriente alla richiesta del giovane scienziato statunitense.

Quando la delegazione sovietica giunse alla base americana, erano passati sei giorni dall'incidente. Malgrado gli intralci burocratici e le formalità imposte dalle autorità americane per ritardare l'arrivo, la nave diplomatica atterrò nel campo statunitense. Dopo trentacinque minuti, il comandante ed il personale della base accolse i sovietici. Boris Alexeevic aspettava nel proprio alloggio. Un militare lo chiamò e lo condusse nella sala comando della base. Lì c'erano i funzionari della base, il comandante, Cohen ed i tre diplomatici scesi dalla nave sovietica, mentre il resto dell'equipaggio era radunato a bordo. Mancava Stillwell.

Boris Alexeevic salutò i suoi tre compagni e, in russo, comunicò loro rapidamente la situazione. I tre prontamente si dichiararono disponibili all'espatrio di Stillwell, ma implorarono la massima cautela: se fosse accaduto qualche imprevisto, la responsabilità sarebbe ricaduta sul solo Boris Alexeevic. Espletate le formalità, il comandante della base americana offrì da bere ai tre diplomatici sovietici ed al fisico, in segno di saluto.

Boris Alexeevic accettò e disse che doveva prendere alcuni appunti che aveva steso durante quei giorni. Cohen ed il comandante sgranarono gli occhi a quella notizia. Evidentemente avevano perquisito ogni giorno la sua stanza senza trovare nulla. Ed infatti non c'era nulla da trovare, ma Boris Alexeevic aveva bisogno di tempo per favorire la fuga di Stillwell.

Tornò nella sua stanza, scortato da un militare, e prese alcuni fogli scribacchiati in russo. Vi trovò un messaggio di Stillwell, sempre in russo, che gli comunicava di non preoccuparsi per lui. Avrebbe trovato da solo il modo di introdursi nella navicella sovietica.

Colpito e preoccupato da quella rivelazione, Boris Alexeevic prese quei pochi fogli, che riportavano filastrocche ed indovinelli in russo, specchietto per le allodole per il comandante e per Cohen, e fece ritorno al comando. Poi, dopo le necessarie operazioni di imbarco, salì con i tre diplomatici sulla navicella e si prepararono al decollo.

Mentre il velivolo si staccava dal suolo lunare, Boris Alexeevic rimuginava triste lo strano comportamento di Stillwell. Perché aveva voluto fare tutto di testa propria? O forse era tornato sulle sue decisioni, aveva pensato di non rischiare, o magari non si fidava completamente di Boris Alexeevic.

- Pensieroso? - chiese qualcuno al fisico sovietico che fissava l'immutabile superficie lunare da unoblò della navicella.

Era Stillwell.

In seguito il giovane ricercatore raccontò l'estrema facilità con la quale si era avvicinato alla nave sovietica e, in russo, aveva comunicato all'equipaggio le proprie intenzioni. Infatti gli americani erano tutti concentrati intorno ai loro ospiti che non avevano fatto caso al giovane fisico, vestito con un'uniforme militare rubata in magazzino. Dopo avere capito la situazione, l'equipaggio della navicella diplomatica consentì a Stillwell di salirvi. Lo tennero nascosto fino al momento del decollo, quando i tre diplomatici rientrati a bordo spiegarono al resto dell'equipaggio la situazione. Come lo stesso Stillwell sostenne, forse passarono molte ore prima che il personale della base si accorgesse della mancanza di un semplice ricercatore. Fosse stato un tenente, un generale, un comandante, un professore, ma un semplice membro civile privo di titoli non destava alcun interesse. Questa motivazione fece sorridere Boris Alexeevic ed i suoi compagni, e rallegrò il viaggio verso la base sul cratere Popov.

La richiesta di asilo politico da parte di Stillwell venne accolta in tempi estremamente brevi, ed approvata prima dal Soviet del villaggio Tikonov, ove Stillwell richiese la residenza per divenire collaboratore di Boris Alexeevic, e poi dal Soviet Lunare.

Quando venne steso un resoconto del soggiorno alla base americana dal fisico sovietico, le autorità capirono subito l'importanza dell'operato dello scienziato, e ben presto la notizia si diffuse in tutto l'emisfero sovietico della Luna. Gli americani indissero formali proteste, ma il certificato di asilo politico ed una dichiarazione firmata dallo stesso Stillwell erano legalmente inconfutabili. In breve la vicenda cadde nel silenzio; non così la fama di Boris Alexeevic.

Un semplice, seppur brillante, fisico matematico non era abituato a quella popolarità, né alle continue richieste di tornare sulla Terra per occupare posizioni accademiche.

A volte il fisico sovietico era tentato di farlo. Ricordava la sua infanzia, i luoghi dell'adolescenza, e la bandiera sul Soviet della sua città che sventolava libera, irradiando col suo rosso messaggio socialista gli animi dei cittadini. Lì, sulla Luna, la bandiera sul Soviet del villaggio non poteva sventolare, ed era perciò fissata su un supporto metallico che la stendesse senza l'aiuto del vento, inesistente sul satellite. Eppure anche sul grigio suolo lunare, la rossa idea comunista diffondeva la propria energia in uno slancio incontenibile, verso l'avvenire.

(Titolo originale: Flag nad salsovetum, 1961).




NOTE


(*) Primo manufatto umano giunto sulla Luna nel 1959, "sparato" dai sovietici. NdT.



[Il racconto, pubblicato su Terminus, è stato accompagnato da una nota scritta per l'occasione che lo inquadrava storicamente: la redazione della rivista mi assecondò nell'idea di spacciare il racconto per vero e farlo seguire da una nota a mio nome. Riporto la loro presentazione e la mia nota di pseudo-critica letteraria...]

La footnote per questo racconto è stata formulata, eccezionalmente, da un estensore esterno alla redazione, Paolo Caressa. In realtà Caressa ha cercato di puntualizzare alcuni aspetti del racconto, ed il suo intervento si è rivelato piuttosto consistente, in termini di lunghezza. Abbiamo pertanto deciso di separarlo dal racconto, per non appesantire troppo il file.




Note al racconto di Nicolaij Vedenisov


Paolo Caressa


Il racconto che vi abbiamo presentato costituisce un documento di indubbio interesse, ed è stato pubblicato con spirito storico, più che spirito letterario. Dal punto di vista del racconto fantascientifico in sé e per sé, infatti, questo breve pezzo di Vedenisov è tutt'altro che memorabile: eppure, paradossalmente, la banalità e la rudimentalità della trama e dello sviluppo logico degli eventi nel racconto potrebbe essere fonte di novità per qualcuno dei nostri lettori. In effetti è inusuale trovare simili elementi narrativi, non dico nella fantascienza contemporanea, ma in quella della seconda metà del secolo.

Cosa è dunque questo strano racconto di Vedenisov, scritto nel 1961 e pubblicato in una raccolta, che comprendeva i vincitori di un premio per esordienti organizzato nel 1960 dall'associazione degli scrittori sovietici? Cosa è che lo rende così lontano eppure stranamente familiare ai nostri occhi?

La fantascienza, ammesso che si sia in grado di darne una definizione, ha sempre attratto le curiose menti degli studiosi e degli scienziati: famosi autori angloamericani erano, prima che letterati, biologi, fisici, astronomi. Quando il paradigma fantascientifico si affermò nel mondo della letteratura popolare, e ciò avvenne solo nei paesi anglosassoni, almeno fino alla metà del secolo, il fascino della fantascienza esplose fuori dalla cerchia degli specialisti e si diffuse nel sottobosco culturale anglosassone, e da lì, in tutto l'occidente. La fantascienza era entrata nella sua maturità, ed avrebbe prodotto gli autori che tutti conosciamo ed amiamo, scrittori senza altre occupazioni che i mondi immaginari costruiti per ambientare le loro storie. Ma questa evoluzione, o se vogliamo, questa elevazione della fantascienza che le ha reso dignità pari a quella di qualsiasi altro genere letterario, è avvenuta nel mondo occidentale in modo parallelo a sviluppi e modifiche sociali che la società capitalista ha, volente o nolente, subito.

Questa situazione non si è verificata, o meglio si è verificata con notevole ritardo, nel mondo d'oltrecortina, ed i motivi sono tutt' altro che oscuri. La fantascienza sovietica (ma bisognerebbe menzionare anche altri paesi, come Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia) ha avuto una storia direttamente influenzata dal regime e non naturalmente stimolata dalla situazione sociale. Se gli inizi furono interessanti e promettenti, se la fantascienza sovietica, al suo nascere negli anni venti, prese di petto tutti gli argomenti e le idee della sua consorella occidentale, è pur vero che questa età dell'oro durò poco e che ben presto gli scrittori incoraggiati nella loro opera furono quelli che privilegiavano l'aspetto didattico, educativo, quasi moralista della fantascienza delle origini (sostanzialmente quelli che avevano imparato la lezione di Verne): basti citare A. R. Belaijev.

La svolta autoritaria, che ridusse la rivoluzione leninista allo stalinismo, si rivelò infatti fatale anche per la fantascienza: già nel 1931 questa venne criticata dal regime per la sua mancanza di realismo, e gli unici scrittori che riuscirono a praticarla furono costretti a scrivere per il pubblico degli adolescenti, con l'eccezione di Belaijev che ebbe una certa libertà espressiva. Dopo la fine della seconda guerra mondiale vi fu un momento di "disgelo" e vennero anche tradotti scrittori anglosassoni, come a fornire nuovi modelli per i sovietici. Ma questa situazione durò poco: già nel 1947 le censura ideologica riapparve tristemente nel mondo della let- teratura sovietica e gli autori vennero incoraggiati a trasformare i loro racconti in opere di divulgazione scientifica, esaltazione politica del regime e, gradualmente durante la guerra fredda, contestazione dell'occidente ed antiamericanismo. Negli anni cinquanta gli scrittori ricevettero l'obbligo esplicito di trattare solo argomenti tecnici e scientifici, sicché ben a ragione il critico inglese Townsed potè scrivere nel 1963 che

fino alla morte di Stalin, la fantascienza sovietica si è occupata quasi esclusivamente nuovi congegni per i lavori pubblici, di nuovi metodi d'estrazione diamanti, di nuovi mezzi per utilizzare l'energia dei vulcani, di nuove mietitrici-battitrici.

Il risveglio della fantascienza sovietica si ebbe solo con la destalinizzazione, iniziata nel 1961, che portò una maggiore libertà espressiva e soprattutto la possibilità di esplorare tematiche fino ad allora precluse.

E' in questo panorama dobbiamo inserire il racconto di Nicolaij Vedenisov, del quale abbiamo qui pubblicata la prima traduzione italiana (e presumibilmente la prima traduzione dal russo in un altro idioma) curata da Carlo Espoasa. Vedenisov era un giovane ricercatore quando scrisse il racconto, e lavorava fra l'istituto Steklov e l'università statale di Mosca. Le sue ricerche vertevano sulla teoria del controllo ottimo, e fu nel gruppo di Pontrjagin (lo scienziato cieco fra i massimi matematici sovietici del secolo). La sua attività di scrittore era amatoriale, ma ebbe alcuni riconoscimenti dall'accademia delle lettere dell'URSS, perché sottopose i suoi racconti all'esame di diversi membri di quell'istituto, ottenendo anche delle spinte per la pubblicazione. In seguito abbandonò la ricerca scientifica per dedicarsi alla letteratura e per assumere cariche di funzionario negli uffici dell'accademia, il che gli valse la possibilità di pubblicare i suoi scritti. Non scrisse che un solo romanzo, Miru Mir (1964), che, a dispetto del titolo (Pace al mondo), costituiva un violento attacco al revisionismo kruscioviano ed al ruolo dell'ONU nella gestione delle controversie internazionali. Dei suoi racconti merita di essere ricordato solo Alfa-Omega (1962) che costituisce un caso raro nella storia della fantascienza sovietica: si tratta infatti di un racconto sui viaggi nel tempo, argomento sempre ignorato dagli scrittori sovietici, e tratta del viaggio di alcuni crononauti all'epoca di Cristo, per dimostrare che non è mai esistito: il racconto è pregno della logica impassibilità del materialismo dialettico, che ne costituisce il reale argomento, ma dimostra a tratti una certa capacità di approfondire la psicologia dei personaggi.

Non ingiustamente dimenticato è invece questo Flag nad salsovetum (La bandiera sul soviet del villaggio, 1961) che vi abbiamo proposto. La tematica fondamentale è quella dell'antiamericanismo, ed è sviluppata tramite la presentazione di esempi della presunta mentalità perversa degli occidentali. Il racconto si apre col più tipico dei prologhi per gli standard sovietici, e cioè una situazione di crudo realismo nella quale anche i particolari più emotivamente rilevanti sono presentati in una veste seccamente scientifica. Il protagonista cònstata il decesso dei suoi compagni dell'equipaggio con una freddezza da medico legale e le sue reazioni sembrano più quelle di un androide che di un essere umano. Eppure questo rende, forse senza intenzione da parte dell'autore, molto netto il contrasto con gli antagonisti americani. La figura più delineata è quella di Cohen, che rappresenta il prototipo del capitalista. Intanto il nome rivela il larvale antisemitismo dell'autore, che sceglie un nome tipicamente ebreo per denotare il "cattivo" del racconto. Senza darne alcuna descrizione esplicita, Vedenisov ci presenta Cohen come un perverso e viscido incantatore, incaricato di ghermire Boris Alexeevic con la sua melodia. La sua figura di scienziato incapace che ruba il talento al suo giovane collaboratore è un topos tipico della letteratura sovietica antiamericana, e si manifesta nel risentimento del suo giovane assistente che poi decide di fuggire con l'eroico protagonista verso il socialismo e la parte sovietica della Luna. La breve e rozza guerra psicologica, giocata anche a suon di formule, altro elemento tipico della fantascienza sovietica, costituisce a ben vedere la summa che Vedenosov opera nel suo modo di intendere la polemica antiamericana: alla prova dei fatti è il pragmatismo sovietico, basato su una ideologia comune e granitica, a trionfare sull'incertezza dell'individualismo occidentale, questo sembra dirci Vedenisov con quella scena. La fuga ed il ritorno alla base sono mal congeniate e certo si trovano esempi migliori su come risolvere una situazione simile anche in altre opere di Vedenisov. Ma l'interesse che questo racconto può avere viene proprio dalla sua completezza rispetto ai modelli imposti dallo stalinismo alla fantascienza sovietica: in esso sono infatti contenuti tutti gli elementi tipici della fantascienza sovietica di regime; quelli che abbiamo ricordato ma anche altri più specifici, come il patriottismo ossessivo, l'antireligiosità brevemente accennata nella superstizione per il numero 13 ed altri particolari ancora che il lettore attento avrà senz'altro rilevato.

Vorrei concludere osservando come la lontananza che ho sentito (e presumo che anche il lettore abbia avvertito) dal modo in cui è scritto, dalle tematiche e dal loro sviluppo rispetto alla trama, insomma da tutto il racconto costituiscono un elemento di riflessione su quanto sia cambiato il mondo, e con esso la produzione letteraria, anche quella decisamente minore cui appartiene il racconto qui proposto, negli ultimi anni: le previsioni di molti racconti di fantascienza non si sono avverate (d'altra parte non è per fare profezie che si scrive fantascienza) ma certo accadimenti ben più strani di quelli descritti dagli scrittori dei venti o trent'anni fa sono avvenuti a tutti noi, ed il modo in fondo ingenuo col quale Vedenisov ha immaginato il futuro prossimo del suo regime ne è testimonianza (fra l'altro questa è un'ulteriore costante della fantascienza sovietica: difficilmente gli scrittori si avventurano nel futuro remoto, ma rimangono sempre in epoche prossime alla nostra, proprio come fa Vedenosov in questo racconto, ove i suoi cenni alla conquista della Luna fanno intendere che gli avvenimenti narrati si svolgano nella prima metà del ventunesimo secolo, se non alla fine del ventesimo).

Non siamo riusciti, io e Carlo Espoasa che, lo ricordo, ha curato la traduzione e ha reperito l'originale in un pubblicazione del 1961, a sapere altro su Vedenisov se non che, nel 1968, è deceduto in un'incidente aereo. I suoi racconti sono sparsi in varie pubblicazioni degli anni sessanta e non sono mai stati ristampati: proprio quando lui iniziava a scrivere, al principio degli anni sessanta, la fantascienza sovietica vedeva infatti la sua rinascita e l'affermarsi di veri talenti, come Ivan Efremov, i fratelli Boris ed Arkadj Strugatskj (ispiratori, voglio ricordarlo, di quel capolavoro del cinema di fantascienza che è Stalker di Tarkovskij) ed altri che hanno reso la letteratura di regime un amaro ricordo, e l'opera di Nicolaij Vedenisov una mera curiosità storica, un affannarsi dietro le direttive ormai sopite di un regime in dissoluzione: in definitiva un anacronismo più fantascientifico del contenuto stesso dei suoi racconti.

P.S. Voglio qui ringraziare il dott. Carlo Espoasa per la sua preziosa opera di traduttore e per l'entusiasmo col quale ha approfondito con me la strana vicenda della fantascienza sovietica.


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